Irak, arrivano gli aiuti italiani ed è festa nel misero villaggio

A Haki Huseyn la Brigata Sassari distribuisce generi di prima necessità e allestisce un ambulatorio. Nella zona di Dhi Qaur costruite strade e scuole

Fausto Biloslavo

da Haji Huseyn (Irak)

«Zapotek da Lord, 3 minuti all’obiettivo», informa via radio il tenente colonnello Tomaso Invrea, veterano della missione in Irak, mentre il suo elicottero si avvicina alla zona d’atterraggio. Questa volta non si tratta di appoggiare dal cielo le nostre truppe, come fece nel 2004 durante la dura battaglia contro gli estremisti sciiti di Moqtada al Sadr, il piccolo Khomeini iracheno che voleva conquistare Nassirya. La nuova missione è trasportare nel misero villaggio di Haji Huseyn un carico di aiuti umanitari per distribuirlo alla popolazione. Il bello dell’operazione è che il villaggio si trova in una zona dove è forte la presenza dei seguaci di Sadr, che ogni tanto aprono il fuoco su di noi. Un motivo in più per far capire alla popolazione che il potente HH3F dell’aeronautica militare non viene a mitragliare, ma a portare aiuti.
Mentre l’elicottero atterra sollevando una nuvola di sabbia, nel villaggio, a qualche centinaio di metri, fervono i preparativi per la distribuzione delle quattro tonnellate di beni di prima necessità, giunti anche via terra, con una colonna della task force Alfa del contingente italiano di 2.600 uomini dispiegato nella provincia di Dhi Qar.
La Croce rossa militare ha trasformato in ambulatorio una disadorna stanza, offerta dallo sceicco locale. Una fila di iracheni, soprattutto donne coperte dal chador dalla testa ai piedi, attende di farsi visitare. Il fagotto nero e sofferente su una carriola è una madre cinquantenne, semi paralizzata, trasportata a braccia dal figlio verso i medici militari italiani. Bambini e adulti vengono visitati all’ombra del faccione bonario del grande ayatollah Alì Al Sistani, guida spirituale degli sciiti iracheni, raffigurato in un poster, con a fianco il più arcigno Moqtada al Sadr. I fanti del 152° reggimento della gloriosa brigata Sassari rischiano di venire travolti da una piccola folla di donne e vocianti bambini, che si contendono le 200 coperte, i 1.500 chilogrammi di generi alimentari, i 600 litri d’acqua e il centinaio di pacchi di vestiario portati dai soldati.
«Anche se malridotti e poveri, questi bambini sono bellissimi. Ogni tanto le femminucce portano sulla testa dei foulard che mi ricordano quelli della nostra Sardegna, ma i piccoli iracheni studiano in scuole di fango», fa notare il maresciallo Pasquale Marras, veterano del 152° reggimento con alle spalle missioni in Bosnia, Albania e Kosovo.
Mohammed Kalil è il redattore locale del bollettino degli estremisti sciiti, ma accoglie benevolmente i soldati italiani. «Moqtada al Sadr non è un terrorista. Noi vogliamo solamente che gli italiani non si comportino da forze d’occupazione e lavorino per il bene della popolazione», dice Kalil.
Non sempre l’accoglienza è a braccia aperte. Pochi giorni fa frange di studenti hanno contestato i soldati italiani che distribuivano nell’università di Nassirya pubblicazioni sull’attività del contingente. «Non possono entrare armati perché per noi l’università è come una moschea. I loro mezzi militari devono stare fuori e sarebbe meglio che non uscissero neppure dalla base», hanno spiegato degli irati studenti aizzati da qualche professore estremista.
Dal 2003 il governo italiano ha stanziato 200 milioni di euro per aiutare l’Irak, molti dei quali nella provincia di Dhi Qar, particolarmente vessata ai tempi di Saddam. Dallo scorso anno, solo i militari hanno speso quasi 12 milioni di euro in 201 progetti asfaltando strade, costruendo scuole, rimettendo in sesto gli ospedali, fornendo acqua e potabilizzatori ai villaggi nel deserto.
Nell’ottica di accentuare l’impegno nel campo della ricostruzione economica, sociale e politica dell’Irak, la missione Antica Babilonia è alla vigilia di un grande cambiamento. Le truppe cominceranno a ritirarsi gradualmente fin da giugno e a fine aprile il contingente militare verrà affiancato da un Prt (Special reconstruction team), simile ai centri di ricostruzione provinciale già sperimentati con successo in Afghanistan. Il Prt sarà guidato da Ugo Troiano, proveniente da un’agenzia dell’Onu, e avrà a sua disposizione una trentina di tecnici esperti di ricostruzione e di Irak.
Elisabetta Trenta, una simpatica romana di 38 anni, consigliere politica del contingente, spiega che «l’idea è di ridurre la presenza militare e aumentare quella civile organizzando gli interventi sul territorio di comune accordo con le autorità irachene».