Irak, il presidente ferma il boia «Tarek Aziz non sarà impiccato»

Il presidente iracheno, Jalal Talabani, non firmerà la condanna a morte per Tarek Aziz, il "volto umano" del sanguinario regime di Saddam. Il gerarca cristiano, maestro della sopravvivenza, dalle purghe del defunto dittatore iracheno, a sette processi a suo cairco, forse la scampa anche questa volta. Ad evitargli la forca ci ha pensato il saggio Talabani, un curdo che vuole voltare pagina in Irak, compreso il capitolo delle esecuzioni capitali. Ieri, durante un'intervista alla televisione France 24, ha messo le mani avanti sulla sentenza di morte per l'ex braccio destro di Saddam. «Non firmerò quest'ordine perchè sono un socialista - ha spiegato Talabani -. Sto dalla parte di Tarek Aziz perché è un cristiano - ha aggiunto il capo dello Stato -, inoltre si tratta di una persona anziana, di oltre 70 anni».
L'ex vice primo ministro iracheno, 74 anni, era stato condannato all'impiccagione il 26 ottobre per la feroce repressione degli esponenti dei partiti religiosi sciiti. Particolare accanimento fu riservato al Dawa, il movimento dell'attuale premier Nouri al Maliki. Aziz è passato indenne lungo sei processi accumulando 22 anni di galera per varie nefandezze, ma sembrava essersi salvato il collo. La condanna a morte, che suona come una vendetta degli sciiti contro uno dei gerarchi più in vista del regime sunnita di Saddam, ha provocato una valanga di proteste internazionali. Dalla Russia al Vaticano passando per l'Unione Europea e il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, in molti si sono appellati alla clemenza.
Sigaro cubano, baffetto grigio e occhialoni anni Settanta, sembra che tutti abbiano dimenticato Aziz in divisa verde oliva e basco nero. O quando cercava di spiegare che il Kuwait, invaso da Saddam nel 1991, è la diciannovesima provincia dell'Irak. Nato vicino a Mosul, in una famiglia caldea, il suo vero nome è Mikhail Yuhanna, dai santi Michele e Giovanni. Ben presto lo ha cambiato per inseguire il panarabismo di Saddam e non ha mai mosso un dito a favore dei cristiani.
Talabani ha raccolto l'appello internazionale sostenendo che «è giunto il momento di voltare la pagina delle esecuzioni ad eccezione dei crimini contro la cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo soccorso, i pellegrini sciiti e i loro luoghi santi». Pochi giorni fa un commando suicida di Al Qaida ha ucciso 50 cristiani che pregavano nella cattedrale di Bagdad. Per il presidente, l'Irak ha bisogno di «una politica della clemenza, di perdono e riconciliazione nazionale».
Il capo dello Stato, secondo l'articolo 73 della Costituzione, deve ratificare le condanne a morte. Si era opposto anche a quella per Saddam e in altri casi, ma al suo posto hanno firmato i due vicepresidenti, uno sciita e l'altro sunnita. Dopo la recente riconferma di Talabani, per il suo secondo mandato, i due forcaioli non sono più in auge.
Aziz, che si era consegnato agli invasori americani nel 2003, ha qualche vita in più dei gatti. Negli anni Ottanta è scampato a un attentato e poi alle purghe di Saddam. Dietro le sbarre i carcerieri Usa l'hanno salvato da un infarto. Ora difficilmente salirà sul patibolo, ma anziano e malato è già stato condannato dalla Storia.
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