Irak, squadre della morte e kamikaze scatenati

Rapporti tesi tra il governo e gli Usa dopo l’incursione dell’altra notte in una moschea

Gian Micalessin

Soli contro tutti. Dopo l’incursione di domenica notte contro un santuario dell’Esercito del Mahdi, la bellicosa milizia del ribelle sciita Moqtada Sadr, anche il governo del premier uscente Ibrahim al Jaafari è pronto a rompere con gli americani. A sentire il premier sciita e il suo ministro degli Interni i 22 cadaveri rimasti sul terreno dopo il raid messo a segno da statunitensi e forze speciali irachene non erano di miliziani, ma di religiosi. Fedeli, dicono gli esponenti di un governo a cui partecipa lo stesso Moqtada Sadr, crivellati di colpi mentre assistevano alla preghiera della sera. Poco importa che dentro la cosiddetta moschea sia stato liberato un iracheno sequestrato. Poco importa che molte moschee in Irak svolgano anche la funzione di quartier generale e arsenale delle milizie. Poco importa che a quel raid abbiano preso parte i militari governativi. Le immagini televisive dei corpi insanguinati, dei bossoli americani, dei muri crivellati di colpi intorno alla sede del partito di Sadr e alla residenza di uno dei suoi imam bastano per trasformare l’incursione in un massacro americano.
Nel mattatoio iracheno intanto si fatica a distinguere tra le stragi messe a segno dal terrore fondamentalista, dalla guerriglia saddamista e dalle milizie sunnite e sciite impegnate in un crescendo di reciproche carneficine. I morti nel Paese superavano ieri la settantina. Quaranta ne ha uccisi, in un colpo solo, l’attentatore suicida mescolatosi agli aspiranti coscritti in fila davanti al centro di reclutamento dell’esercito iracheno. Il tutto davanti all’entrata di un’importante base americana, tra la città settentrionale di Mosul e l’antico centro di Tal Afar. Si sono contati anche trenta feriti.
Nella capitale (dove ieri sera un gruppo armato ha rapito 16 dipendenti di una società d’import-export) sono stati intanto recuperati i corpi di 21 persone uccise con un colpo alla nuca, sgozzate o strangolate. Nove dei 21 cadaveri trovati nei quartieri occidentali avevano manette ai polsi, bende agli occhi e corde strette al collo. Il marchio, insomma, delle forze di polizia trasformatesi in squadre della morte del governo sciita. Le stesse squadre della morte vennero sorprese mesi fa a torturare decine di civili sunniti rapiti e deportati nei sotterranei del ministero degli Interni. Bajan Jabr, titolare di quel ministero, è oggi il primo a tuonare contro gli americani e ad accusarli per il raid di domenica: «Entrare nella moschea e uccidere i fedeli è stata un’ingiustificata e orribile violazione conclusasi con la morte di persone innocenti intente solo a pregare», ha detto all’emittente Al Arabiya. Anche il primo ministro sciita Ibrahim al Jaafari ha espresso preoccupazione per il raid e ha detto di aver chiamato il generale George Casey, comandante delle forze di coalizione in Irak, per discutere la condotta dei militari americani. La confederazione dei partiti sciiti ha annunciato il blocco di tutti i negoziati per la formazione del governo. Hussein Tahan, governatore di Bagdad, ha invece congelato tutti i rapporti con la missione diplomatica e militare statunitense.
Il governo sciita e i suoi sottoposti sembrano insomma perfettamente allineati con Moqtada Sadr. Per i portavoce americani l’attacco si è focalizzato contro un complesso di edifici e «i soldati non sono entrati e non hanno danneggiato nessuna moschea». La moschea probabilmente c’era, ma era, come spesso capita, una semplice stanza in una parte dell’edificio utilizzata dall’imam dell’organizzazione. Il portavoce delle truppe americane, dopo aver ricordato la liberazione di un civile rapito e il ritrovamento di un ingente quantitativo di armi, ha specificato che nei sopralluoghi svolti prima dell’attacco «non era stata identificata alcuna struttura simile ad una moschea».