Gli islamici moderati contro il via libera della Fifa al velo

Il divieto, in vigore dal 2007, è stato abolito nell'ultima riunione del Board. Le rappresentative femminili potranno disputare partite di calcio indossando lo hijab. Una rivoluzione che suscita le proteste di diverse associazioni italiane che parlano di cedimento a pressioni esterne e limitazione della libertà.

Il calcio e il velo? Per la Fifa non sono più incompatibili. Il velo in questione è lo hijab, ovvero l'indumento che copre il collo e i capelli, ovvero la versione che comunica una versione meno totalizzante dei valori e dei precetti musulmani. Peraltro non si conoscono atlete che abbiano mai chiesto di competere con un niqab o un burka, visto che quelle culture lo sport femminile proprio non lo ammettono. In ogni caso il passaggio storico-culturale è forte e destinato a far discutere visto che lo sport era sempre stato considerato una zona franca, un terreno al riparo da prescrizioni ideologiche o religiose.
Il divieto, in vigore dal 2007 e oggetto di accuse islamofobiche, è costato alla nazionale di calcio femminile iraniana la partecipazione alle olimpiadi di quest'anno. La Fifa (il governo mondiale del calcio) con una conferenza stampa ha ribaltato la sua posizione e ha assecondato pressioni provenienti soprattutto dalla federazione asiatica e in particolare dal principe Hussein di Giordania. Fino a oggi l'impossibilità di giocare con il volto coperto era stata motivata con ragioni attinenti alla sicurezza delle atlete. Ora invece scatterà un periodo di prova in cui sarà possibile giocare con il volto semicoperto e poi si passerà alle competizioni ufficiali. «Il nostro obiettivo consiste nel permettere a tutte le donne di praticare il gioco calcio anche a livelli professionali» spiega la Fifa.
La decisione è stata accolta con favore dalla gran parte dei paesi musulmani: «Rende giustizia alle giocatrici velate e servirà a diffondere il calcio femminile senza timore di violare le norme religiose» ha spiegato Naïma Al-Sabah della Commissione sport femminili del governo del Kuwait. In ITalia, però, le associazioni dei musulmani moderati sono molto deluse. «E' un atto gravissimo. Esprimiamo il nostro profondo dissenso per una scelta discriminatoria e con tutta evidenza mirata a compiacere qualche potentato che in futuro ospiterà i Mondiali», si legge in una lettera che alcune associazioni hanno inviato al presidente della Fifa, Joseph Blatter. «E' gravissimo - prosegue la missiva - che da un organo sportivo e di libertà come dovrebbe essere il governo del calcio mondiale arrivi un cedimento del genere, che manifesta poca conoscenza della realtà delle donne musulmane e islamiche nonchè della materia velo, che ad oggi, è riconosciuto non essere obbligatorio nell'Islam». La lettera è firmata da Confederazione dei marocchini in Italia, Organizzazione O.C. del Pakistan, Associazione delle donne marocchine in Italia, Associazione delle donne arabe in Italian, Associazione marocchina per i diritti dei bambini e della famiglia, Associazione delle donne tunisine in Italia, il magazine «Al Maghrebiya.it», il Forum Averroè, Centro Studi e Analisi Averroè, Associazione delle donne sotto le stelle, Movimento per la Libertà della donne italiane, Associazione musulmani moderati in Italia e Associazione musulmani europei. Una iniziativa sposata in pieno dalla parlamentare del Pdl di origine marocchina Souad Sbai che ha scritto una lettera a Joseph Blatter. «Conosco bene la realtà delle donne musulmane e arabe, non solo in Italia ma anche in tutto il resto d'Europa e le scrivo questa lettera per significarle il mio sdegno per la decisione assunta dal Board Fifa di acconsentire a che le donne arabe e musulmane possano giocare indossando l'hijab». «Convivido pienamente la protesta delle associazioni che in Italia e in Francia, con Ni Pute ni Soumise, hanno voluto manifestare la propria contrarietà alla scelta del Board della Fifa sul velo in campo - ha sottolineato la Sbai - Di questo passo, mi viene di pensare, a cosa andiamo incontro in un futuro prossimo? Al burqa e al niqab in campo? È gravissimo che la Fifa, organismo che dovrebbe fare dello sport il mezzo di crescita della coscienza dei popoli prenda così alla leggera una decisione del genere sulla testa delle donne, facendola passare indisturbata e silenziosa fra i provvedimenti sulla tecnologia in campo».