Le istantanee di Morbelli sulla fatica del vivere

Nei suoi lavoratori e nel ciclo del Pio Albergo Trivulzio emerge la pena per la condizione umana

Tra i dipinti, anzi la serie di dipinti, più struggenti dell'Ottocento italiano, vi è certamente il ciclo del Pio Albergo Trivulzio di Angelo Morbelli. Proprio recentemente, essendosene perse le tracce a Montevideo negli anni Trenta, è riapparso Vecchie calzette, uno degli episodi del Poema della vecchiaia, dedicati alla caducità della vita, esposti alla Biennale di Venezia nel 1903. Nessun pittore, dai tempi di Caravaggio, ha parlato della vecchiaia con riferimento, non al colore locale, o al realismo della miseria in cui eccelle, fra gli altri, il Ceruti, ma alla vita e alla morte, come assoluti esistenziali, con una lucidità e una pena, per la condizione dell'uomo, ineguagliabili. La verità del tempo che umilia e non consola, cui non soccorre nessuna religione, se non nell'automatismo di una fede tradizionale, domina queste scene di interni desolate. Nessun pittore in Europa, non Ensor, non Munch, esprime tanta disperazione oggettiva in spazi vuoti come, molto più tardi, con analoga desolazione, Edward Hopper. Inizia già, Morbelli, nel 1883, con Giorni ultimi, e lavorerà sul tema per più di vent'anni, entro sé irridendo il vacuo gioco delle avanguardie che, dipartendosi da Pellizza da Volpedo, da Previati e in parte anche da lui, esponenti di una inquieta ricerca divisionistica, si esprimerà nella lingua nuova e vitalistica dei Futuristi, sempre più lontana dalla dolorosa fragilità dell'uomo. Corrado Maltese, davanti ai vecchi di Morbelli, parlava di «sconcertante mestizia». In un linguaggio lucido e di implacabile evidenza, senza paragone nell'arte europea di quel tempo.

Negli anni in cui il secolo finiva Morbelli aveva stretto amicizia con Pellizza da Volpedo, documentata da una istruttiva corrispondenza, condividendo le tematiche sociali e i problemi formali della tecnica divisionista. Un capolavoro come Per 80 centesimi (Vercelli, Civico Museo Borgogna), che ritrae le mondine di spalle al lavoro nei campi solcati da canali, fu realizzato, come molte delle opere pensate da Morbelli, in un tempo piuttosto lungo (1894-1896) durante il quale l'artista, insoddisfatto dei risultati raggiunti, discuteva con Grubicy, che ne accompagnava la fortuna artistica, e con Pellizza, che animosamente ne criticava il ricorso al mezzo fotografico. Morbelli rivendicava l'efficacia della fotografia nel fissare velocemente la variabilità della luce e delle situazioni e agevolare la tecnica divisionistica, che richiedeva invece una laboriosa e lunga esecuzione. Il tema, come quello degli ospiti del Pio Albergo Trivulzio, è programmaticamente sociale, e di ispirazione socialista; e il titolo rimanda allo sfruttamento degli operai, le cui misere condizioni salariali erano conseguenza della crisi che in quegli anni aveva portato a una vertiginosa caduta del prezzo del riso. Il dipinto fu presentato nel 1897 all'Esposizione internazionale di Dresda insieme a S'avanza (Verona, Galleria d'arte moderna, Palazzo Forti), opera di chiara ispirazione simbolista.

Nel 1896, Morbelli, insieme a Pellizza, cercò di promuovere il movimento divisionista italiano, coinvolgendo Giuseppe Casciaro, Plinio Nomellini, Lorenzo Peretti junior, Emilio Longoni e Giovanni Segantini. Il tentativo si rivelò fallimentare e si concluse per l'impossibilità di organizzare, nel 1897, un «Salon des réfusés» divisionista, in anticipo sulla attesa Triennale di Milano del 1900. L'anno che aprì il nuovo secolo fu importante per Morbelli che, a Parigi, ottenne la Legion d'onore per Giorno di festa, dipinto ambientato al Pio Albergo Trivulzio, e acquistato dal Municipio della città per il Musée du Luxembourg (ora al Musée d'Orsay).

Per concentrarsi esclusivamente nella meditazione sul destino dell'uomo, in particolare sulla vecchiaia e sulla morte, tra il 1902 e il 1903, Morbelli allestì uno studio nei locali dell'ospizio e qui realizzò Il Natale dei rimasti (Venezia, Ca' Pesaro - Galleria internazionale d'arte moderna), presentato, come si è detto nel 1903 alla V Biennale di Venezia con altri dipinti, nel ciclo Il poema della vecchiaia: la vertiginosa e ossessiva declinazione prospettica e la luce strisciata accentuano il vuoto dell'ambiente e identificano la triste solitudine dei cinque uomini fra i tanti banchi liberi, illuminati da un sole pallido e malinconico.

Con rara efficacia, Morbelli fuse la concezione simbolista, tardo romantica, con i temi sociali, propri del verismo, come si vede in Sogno e realtà o in Le parche (dipinti al Pio Albergo Trivulzio), presentati alla VI Biennale di Venezia nel 1905, anno in cui espose, assunta una dimensione internazionale, anche alla V Internazionale d'arte di Barcellona e alla Internationale Kunstausstellung di Monaco, e vinse la medaglia d'oro proprio per Vecchie calzette, dove rappresenta al lavoro le anziane ospiti del reparto femminile del Trivulzio.

L'unico artista, suo coetaneo, e in dimensione europea, che mostra una analoga concentrazione, in quegli anni, è Georges Seurat, nella sua pierfranceschiana esattezza. Ma anche nel suo fondamentale ottimismo confidente nel migliore dei mondi possibili, sigillato in una forma e in una luce ideali.

Ma non potremmo negare che, nel cogliere la verità della condizione umana, e, nel caso, della solitudine e della vecchiaia, mentre intorno risuonano, attutiti, i suoni festosi del Natale, in una visione tragicamente pessimista, nessuno è stato così definitivo e assoluto, così umanamente dolente, come Morbelli.

Forma e contenuto in lui hanno una perfetta coincidenza, e indicano i pensieri estremi dell'uomo davanti al tempo, con una così straziante evidenza da chiudere la stagione dell'assoluto romantico senza declinare nella sensibilità crepuscolare cui i temi sembrano alludere. La tensione di Morbelli è cosi estrema da escludere ogni populismo, e coincidere con la dolente concezione dell'uomo del Canto della terra di Mahler, o di Notte trasfigurata di Schönberg, gli unici riferimenti paralleli, a quei tempi, che sostengano il confronto con la sua forza espressiva.