In Italia il carcere è una Babele: il 40 per cento dei detenuti sono immigrati

I dati del ministero a confronto con quelli del sindacato di polizia penitenziaria: dal 38% alla metà dei 59mila detenuti non parla italiano. Sul problema delle espulsioni mancate il governo prova la strada degli accordi bilaterali con i Paesi esteri

Le carceri italiane sempre più simili a una Babele, secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia. Ormai i detenuti stranieri sono complessivamente il 38 per cento del totale, cosa peraltro già messa in evidenza dallo stesso Guardasigilli Angelino Alfano nella relazione alla Camera dell'ottobre scorso. Questi i numeri aggiornati al 31 gennaio 2009: 59.060 detenuti dietro le sbarre, e la quota di immigrati che rimane costante (cioè oltre 22mila soggetti). Ma secondo i dati del sindacato di polizia penitenziaria (Sappe) nel 2008 è transitato nei penitenziari italiani un esercito di 92.800 persone: in questo caso poco meno del 50 per cento non sarebbero italiani. Invece più della metà dei carcerati tout court risulta ancora in attesa di giudizio.
Gli stranieri oggi sono ospitati soprattutto nelle strutture del Nord, dove ci sono realtà (Padova ad esempio) che vedono addirittura l'80 per cento dei posti disponibili assorbiti da comunitari ed extracomunitari. Da noi si ritrova in cella il mondo intero, 150 Paesi diversi tra cui spiccano le «comunità» provenienti dal Marocco, dall'Albania, dalla Tunisia, dagli Stati dell'ex Jugoslavia e dalla Romania che in quest'ultimo periodo sta accorciando notevolmente le distanze rispetto agli altri gruppi. I romeni infatti sono cresciuti del 27 per cento nel giro di due anni, seguiti dai marocchini (21%) e dai tunisini (18,5%).
Un problema non indifferente per il nostro sistema giudiziario e penitenziario, come il ministro Alfano ha sottolineato in un documento ufficiale inviato al Parlamento, è pure quello delle espulsioni. Nel 2007 appena 282 detenuti stranieri sono stati trasferiti dall'Italia nei rispettivi Paesi d'origine per scontare la pena all'estero. Un fatto definito «patologico» a cui il governo sta lavorando per trovare una soluzione efficace, anche coinvolgendo la diplomazia sulla strada di accordi bilaterali con le nazioni di volta in volta interessate.