In Italia gli «ultrà» dalla moderazione hanno sempre vinto

Dal Pio X antimodernista al fascismo di regime fino alla Dc fanfaniana e agli ex sessantottini: da noi l’immobilismo paga

Come ha scritto Alain de Benoist nel suo articolo di lunedì scorso, in Italia il termine «conservatore» non ha mai avuto grande fortuna. Soprattutto manca, nel nostro Paese, una cultura conservatrice. Quello che oggi viene considerato uno dei suoi maggiori rappresentanti, Giuseppe Prezzolini, visse all’estero gran parte dell’esistenza, e si rassegnò al conservatorismo dopo avere tentato invano di portare il Paese sulla strada opposta. Anzitutto occorre intendersi sul termine, e darei per buona questa definizione da dizionario: è conservatore chi, sostenendo il valore della tradizione, si oppone alle trasformazioni e ai cambiamenti politici e sociali per mantenere le strutture esistenti. Più in generale, il conservatorismo è uno stato d’animo radicato nel passato. Ebbene, la mia tesi è che in Italia il conservatorismo, pur non avendo grandi pensatori e intellettuali, ha sempre finito per vincere nella storia del Novecento.

Cominciamo dall’inizio del secolo, quando anche in Italia, dopo che in Francia, cercò di affermarsi il modernismo. Era un movimento di religiosi che volevano misurarsi con le scoperte scientifiche, applicarle anche allo studio delle Sacre Scritture, snellire la liturgia, portare il credente a essere una componente attiva - e non soltanto passiva - nella vita della Chiesa. Papa Pio X, con tutta la curia, reagì nel modo più drastico con l’enciclica Pascendi, che portò alla scomunica e a una vera e propria persecuzione di tutti i modernisti, a partire dal suo esponente principale, Ernesto Buonaiuti. Senza ammetterlo ufficialmente, la Chiesa ha poi riconosciuto - con quasi sessant’anni di ritardo, nel concilio Vaticano II - le ragioni del modernismo, facendo proprie quasi tutte le sue istanze.

Accettare o subire in ritardo le trasformazioni (sempre più rapide e inevitabili nella società contemporanea) è l’esito finale del conservatorismo, quasi un contrappasso. E il ritardo comporta spesso un danno, anche grave. C’è da credere, per esempio, che se la Chiesa avesse aperto al modernismo, difficilmente avrebbe finito per approdare all’alleanza con il fascismo. Allo stesso modo fu il sostanziale conservatorismo dei liberali, nonostante il cauto riformismo di Giovanni Giolitti, a esacerbare le rivendicazioni socialiste e a favorire la reazione fascista.

Quanto al fascismo, nato come fenomeno rivoluzionario, arrivò al potere soltanto dopo avere accettato una serie di compromessi con i conservatori (Chiesa, monarchia, borghesia, militari) e le sue pulsioni rivoluzionarie si smorzarono. La distinzione - ormai storiograficamente accertata e accettata - tra fascismo-regime e fascismo-movimento consiste proprio in questo: l’ala conservatrice prevalse su quella rivoluzionaria. E fu un bene, perché una vittoria del fascismo rivoluzionario avrebbe portato probabilmente a una forma di totalitarismo per molti versi simile al nazionalsocialismo.

Neppure nel fascismo-regime, tuttavia, mancarono slanci rivoluzionari, come la socializzazione delle masse o gli esperimenti corporativi, e è significativo che niente di quegli slanci si sia travasato nella Repubblica democratica, la quale, del regime, adottò solo pochi aspetti, e non i migliori: i codici Rocco, utili al controllo sociale e al mantenimento rigido dell’ordine pubblico, e il Concordato con la Chiesa. Il sostanziale conservatorismo ecclesiastico, tipico di tutte le religioni, è una chiave efficace per capire come lo spirito conservatore, pur mancando di grandi rappresentanti e di un partito che si definisca tale, finisca per prevalere nella società italiana. L’alleanza fra il partito dominante (che si definiva cristiano) e il potere religioso, determinò nel Paese un ristagno conservatore, tanto da far diventare traumatico un evento di elementare civiltà, come la legge e il referendum che introdussero il divorzio. Non a caso fu proprio per la sconfitta nel referendum sul divorzio che terminò la lunga dominazione nella Dc del conservatore Amintore Fanfani: senza, peraltro, che il partito diventasse più aperto al nuovo e alle trasformazioni della società.

Persino il Sessantotto finì per trasformarsi in un evento di tipo conservatore: abbandonata la spinta rivoluzionaria iniziale («la fantasia al potere») prevalse una linea politica che finì per sfociare in minima parte nella lotta armata, per la maggior parte dei casi nei partiti della sinistra tradizionale. Oggi i sessantottini sono diventati ultraconservatori del ricordo della loro gioventù, e per di più imbarcati in una sinistra che si definisce progressista, ma che ha gli occhi sulla nuca. Orfana del comunismo, la sinistra guarda ancora con idee da anni Sessanta-Settanta al sindacalismo, all’economia, alla politica, alla società, incapace di rinnovarsi e quindi di innovare. La sfida di sostenere l’innovazione è dunque passata al centrodestra, dove non a caso si parla di «rivoluzione liberale». Una rivoluzione difficile da attuare, a dispetto delle intenzioni di Silvio Berlusconi, a causa di veti incrociati, incrostazioni e privilegi del passato; e soprattutto a causa della presenza, nel centrodestra, di molti conservatori che continuano a vedere nella formula «più individuo, meno Stato» il rischio di scivolare dal liberalismo al libertarismo.

Tutto ciò avviene in assenza di un vero pensiero conservatore e di grandi conservatori, oggi come ieri. Infatti erano di destra - ma non conservatori - d’Annunzio, Marinetti, Pirandello e, per dare un’occhiata all’estero, Pound e Céline: nessuno più di loro ha dissacrato molti valori della cultura borghese e conservatrice. Come del resto, a sinistra, Pasolini, Sartre, Adorno, Marcuse sono stati i critici più severi della modernità e del progresso. Un pensiero conservatore guiderebbe, razionalizzerebbe, darebbe sostanza al conservatorismo. Ma sembra una speranza vana in un Paese che, come scriveva Piero Gobetti più di ottant’anni fa, non esistono né veri rivoluzionari - purtroppo - né veri conservatori.