Ma in Italia è vietato parlare della «194»

In Italia non si può parlare di aborto. Pare che l'unico commento ammesso sulla legge per l'interruzione di gravidanza sia: «La 194 non si tocca». Questo ripetono instancabilmente politici e ministri, con la soddisfazione di dire la cosa giusta, con la sicurezza di stare al caldo, protetti dal guscio del conformismo benpensante. Affermare che «la 194 non si tocca» è la risposta a qualunque domanda, ma soprattutto ripropone uno schema interpretativo di confortante banalità: cattolici contro la legge, laici a favore. Che i cattolici siano contrari all'aborto, è ovvio. Ma che siano ancora sul piede di guerra, pronti in ogni momento a chiedere l'abrogazione o la modifica di una legge confermata da un referendum popolare, è assai meno scontato.
Il cardinale Ruini è stato accusato di voler scatenare una nuova battaglia contro la 194; i titoli dei giornali, l’altro giorno, puntavano tutti su termini come «attacco», «offensiva», e virgolettavano frasi come «modificare le norme» e «legge da cambiare», come fossero state direttamente pronunciate dal Vicario di Roma. In realtà il cardinale, durante una lezione tenuta alla Summer School della Fondazione Magna Carta, ha semplicemente risposto a una domanda posta dal Senatore Quagliariello, presidente della Fondazione. Quagliariello, ricordando il recente caso di aborto selettivo con cui è stata eliminata per sbaglio prima la gemella sana, e poi quella Down sopravvissuta, ha citato la disponibilità espressa dal ministro della Salute Livia Turco a stilare linee guida per aggiornare la legge 194, e ha chiesto se un'azione di questo tipo fosse compatibile con la fermezza sui valori non negoziabili. È giusto che i cattolici collaborino per migliorare la 194, legge su cui restano contrari, per evitare che sia utilizzata come un varco per introdurre surrettiziamente l'eugenetica? Certo, ha detto il cardinale. E ha parlato con discorsiva saggezza della diffusione delle diagnosi prenatali, che vengono recepite dalle future madri come condanne inappellabili, ma sono in genere fondate su basi probabilistiche, quindi incerte ed esposte all'errore. Ha raccontato di un caso di sua conoscenza, una bimba che avrebbe dovuto essere abortita e che poi è nata, dimostrandosi perfettamente sana; ha difeso la dignità di chi è diversamente abile, ha ricordato che le capacità di sopravvivenza dei neonati anche molto prematuri sono aumentate, e che la normativa dovrebbe tenerne conto. Puro buon senso, e grande disponibilità al dialogo: la legge ha trent'anni, e nel frattempo sono cambiate le tecniche mediche, il costume, i motivi per cui si ricorre all'aborto. Aprire una riflessione sullo stato attuale dell'interruzione di gravidanza nel nostro Paese, adeguare la legge attraverso linee guida emanate dal ministero, dovrebbe essere normale pratica di buon governo.
Ma il senso del discorso è stato rovesciato, e i cattolici del futuro Partito democratico, nell'imbarazzo, hanno scelto la via più facile, l'arroccamento sul bastione dell'intoccabilità della 194, adorata ormai come un totem ideologico che protegge l’unità della sinistra. Le linee guida «toccherebbero» la legge? No, naturalmente. Si tratta di un atto amministrativo, che servirebbe per esempio ad evitare che i bambini abortiti tardivamente nascano vivi, ponendo laceranti problemi etici. L'articolo 7 della legge vieta di interrompere la gravidanza se c'è «possibilità di sopravvivenza autonoma» del feto, ma non fissa un termine preciso, perché i progressi della medicina lo renderebbero presto desueto. Fissare un termine è compito del ministro e dei suoi esperti. Sarebbe importante, poi, che firmare il cosiddetto consenso informato non fosse un gesto di burocrazia procedurale utile solo a tutelare i medici, ma un momento di reale consapevolezza per le donne. È difficile decidere se non si sa, per esempio, qual è il margine di errore delle diagnosi prenatali, e quanti aborti vengono praticati per evitare malformazioni che poi non esistono. E dov'è la libertà di scelta, se non ci sono politiche di sostegno alla maternità, in particolare per le maternità difficili?
Ma essere madre, in Italia, è considerato un fatto privato, che non viene mai posto al centro del dibattito politico, anche se ormai il divario tra il desiderio delle donne di avere figli - statisticamente immutato da decenni - e la sua realizzazione concreta, segnala un vuoto politico e un problema di libertà femminile. Sarebbe certamente possibile (e, contrariamente a quanto è stato scritto, l'intervento di Ruini lo dimostra) accantonare le vecchie divisioni e mettersi a lavorare per aggiornare la legge 194 e applicare finalmente la prima parte del testo, che affida ai consultori un ruolo di sostegno alla maternità. Però bisognerebbe che ministri e politici rinunciassero a dichiarare con soddisfazione «No, la 194 non si tocca» e a ritenere, con questo, di aver esaurito il proprio compito.
Eugenia Roccella