«Italiani, per battere la crisi dovete imitare i giapponesi»

Adesso che l’Italia guarda a Oriente, con la speranza che sia la Cina a comprarsi una fetta del suo debito pubblico, bisognerebbe almeno ricordarsi di un banchiere italiano che l’Oriente non s’è limitato a osservarlo da lontano, ma lo ha perlustrato in lungo e in largo quando in Occidente manco si sapeva che cosa fosse, e ci ha vissuto per trent’anni, portandoci Iri, Fiat, Ansaldo, Stet, Cofiri, Recordati, Ermenegildo Zegna, Stefanel, Genny, Byblos, Uno a Erre, Robe di Kappa, Lineapiù. Kiryo ga aru hito, un uomo di talento, Vittorio Volpi. «Al mio arrivo, in Giappone non vivevano più di 500 italiani e oltre la metà erano preti o suore, personaggi epici come padre Pacifico Marchesini, un francescano veronese che a Kumamoto curava i lebbrosi: benché fossimo nel 1972, il morbo di Hansen mieteva ancora vittime».
Volpi, 72 anni, già plenipotenziario per tutto l’Estremo Oriente prima della Banca commerciale italiana e poi dell’Union de banques suisses, quindi al vertice dell’Ubs per l’Italia, oggi presidente di fiduciarie nel nostro Paese e in Svizzera e consulente di Banca Esperia, è stato a suo modo un missionario laico della finanza. Il suo amico padre Giuseppe Pittau, l’arcivescovo laureato ad Harvard, allievo di Henry Kissinger, che sarebbe potuto diventare il «Papa nero» dei gesuiti se non avesse preferito rimanere alla guida della Sophia University di Tokyo, dove vive dal 1952, lo ha paragonato a un moderno Valignano. E certo non è un caso che Volpi abbia appena pubblicato Il Visitatore (Spirali), il suo quarto libro dedicato proprio ad Alessandro Valignano, nato a Chieti nel 1539 e morto a Macao nel 1606, che governò le missioni della Compagnia di Gesù in Asia, mandò padre Matteo Ricci a evangelizzare la Cina e fu l’unico diplomatico occidentale accreditato a Edo, l’odierna Tokyo, prima che nel 1587 lo shogun Toyotomi Hideyoshi, il quale fino ad allora aveva ostentato un rosario al collo, scatenasse la feroce persecuzione contro i cristiani che sarebbe proseguita anche dopo la sua morte, fino a contare 40.000 martiri.
Volpi è il maggior conoscitore del più esteso bacino industriale mai visto a memoria d’uomo sulla Terra: manca poco al giorno in cui, su tre oggetti che avremo in mano, due saranno stati costruiti in Asia. Passava dal conversare di scalate in montagna con l’erede al trono, il principe Naruhito, e di violini Stradivari con sua madre, l’imperatrice Michiko, al discutere a tu per tu di economia, ovviamente sempre in lingua giapponese, col primo ministro Yasuhiro Nakasone. Ha insegnato finanza internazionale nella Business school della Sophia University ed economia giapponese all’Università degli studi di Napoli L’Orientale. Ha scritto per anni sul Nihon Keizai Shimbun, chiamato anche Nikkei, il più grande quotidiano economico del pianeta, 2 milioni di copie, 1.300 redattori e 90 uffici di corrispondenza. Ancor oggi è l’unico italiano a poter essere ricevuto dai presidenti delle multinazionali nipponiche facendosi precedere da una semplice telefonata. La sua immagine è talmente identificata con quella del nostro Paese che Toshiro Mifune, il giorno in cui gli venne presentato Volpi, si profuse in un inchino e mormorò: «Grazie per la coppa». L’attore era convinto che la Coppa Volpi, assegnatagli nel 1961 alla Mostra del cinema di Venezia per la miglior interpretazione maschile in La sfida del samurai, fosse intitolata a lui anziché al conte Giuseppe Volpi di Misurata, fondatore del concorso lagunare.
A soli 31 anni Volpi era già chief operating officer della First national city bank, il primo istituto di credito straniero ad aprire in Italia e all’epoca anche il primo nella classifica mondiale. Poco tempo dopo Raffaele Mattioli, presidente della Comit, lo mandò a chiamare e gli propose di trasferirsi a Tokyo. In quello stesso periodo, intuendo le grandi potenzialità dei mercati asiatici, il lungimirante banchiere-letterato aveva arruolato un altro trentenne promettente, Tiziano Terzani, che s’era licenziato dalla Olivetti per diventare giornalista. Mattioli gli passava un compenso mensile in nero di 1.000 dollari affinché gli compilasse rapporti di geopolitica dall’Asia, dove s’era trasferito come free lance per il settimanale tedesco Der Spiegel. «Conobbi Terzani nel 1971 a Singapore, poi lo rividi a Tokyo. Personaggio interessante. Però m’infastidiva il suo astio preconcetto per il Giappone, tipico dei comunisti al caviale. Non ha mai capito che se c’è un Paese al mondo molto socialista e poco capitalista, questo è proprio il Giappone».
Più facile, per Volpi, intendersi con giornalisti come Piero Ostellino e con orientalisti come Fosco Maraini, che nel campo di prigionia di Nagoya, dov’era stato internato dopo l’8 settembre 1943 per aver rifiutato di prestare giuramento alla Repubblica sociale italiana, si mozzò volontariamente il mignolo della mano sinistra con un’accetta. Un atto simbolico di grande valore, nel codice d’onore nipponico, che gli valse il rispetto dei suoi carcerieri e anche una capra e un orto, con i quali poté salvare dalla morte per fame la famiglia, prigioniera con lui. «Maraini era approdato per la prima volta in Giappone negli anni Trenta. Mi raccontava che gli uomini dei risciò indossavano i guanti bianchi, esattamente come molti tassisti ancor oggi».
Ma è Indro Montanelli l’intellettuale al quale Volpi è rimasto più a lungo legato da fraterna amicizia. «“Vittorio, tu sai che non capisco niente di economia”, mi diceva ai tempi della Voce. “Sii sincero: che cosa pensi del fotomontaggio di Enrico Cuccia con i denti da vampiro che abbiamo pubblicato oggi in prima pagina?”. E io a spiegargli che con quelle carnevalate non avrebbe fatto molta strada. Infatti...».
Perché scelse di andare a vivere proprio in Giappone?
«Quando seguivo i corsi serali alla Cattolica di Milano per laurearmi in economia e commercio, rimasi molto colpito dall’Arpa birmana, il film che racconta la storia del soldato giapponese Mizushima, il quale alla fine della guerra in Birmania, nel 1945, rifiuta il rimpatrio, si fa monaco buddista e va in giro a seppellire i compagni caduti».
S’è laureato di sera?
«A pieni voti. Così come di sera ho conseguito il diploma all’istituto tecnico commerciale De Amicis, con medaglia d’oro e borsa di studio per accedere all’università. A 14 anni ero già aiuto commesso in una banca di Milano. Lavoravo dalle 8.30 alle 18, sabato incluso. Poi a scuola fino alle 23. Arrivavo a casa, a Baggio, verso mezzanotte. Una minestra. Ancora studio, cinque ore di sonno e di nuovo in piedi».
Famiglia povera.
«Più che povera. Penso proprio d’essere nato sotto una cattiva stella. A Tokyo un’amica cinese, osservando il palmo della mia mano, mi disse quand’ero sulla quarantina: “Sei stato molto sfortunato nella prima parte della tua vita. Ma dai 50 anni in poi vedo tutto roseo”. Credo, in retrospettiva, che avesse ragione».
Di che sfortune parlava?
«Mio padre Angelo fu ucciso nel dicembre 1942 durante la ritirata di Russia, a Stalingrado. C’erano 40 gradi sotto zero quando, pochi giorni prima della fine, incontrò per caso sulle rive del Don il fratello di mia mamma, che lo supplicò di mettersi in salvo: “A casa hai due figli piccoli, qui siamo ormai circondati dai sovietici”. La sua risposta, riferitaci anni dopo dallo zio Piero, fu: “Io faccio il mio dovere”. L’unico vago ricordo che ho di lui è quello di un soldato che nel marzo di quell’anno torna per una licenza e mi porta sulle spalle dalla stazione Centrale a casa. Prima di Natale il postino recapitò a mia madre un foglio giallo. Lei scoppiò a piangere, io e mia sorella non capivamo il perché: era il telegramma del ministero della Difesa che le annunciava la morte del marito. La mamma lo conservava nel portafoglio che le fu rubato mentre era in coda all’ufficio vedove di guerra in corso Monforte. Per lei fu come se le ammazzassero il suo Angelo per la seconda volta».
Da chi fu cresciuto?
«Da mio zio Enrico Crespi, vicesindaco socialista di Cuggiono, che aveva perso la moglie e uno dei due figli, morto a 20 anni in un lager russo. Un uomo saggio che mi ha educato con l’esempio».
Come mai ha lasciato il Giappone?
«Non potevo pretendere da mia moglie e dai miei due figli di restare là in eterno. Dipendesse da me, ci tornerei subito e per sempre. Vicino alla mia casa di Tokyo vi era un parco dove i poveri vivevano in tende di vinile, eppure non ne ho mai visto uno chiedere l’elemosina. È gente seria, dignitosa, umile, che lavora sodo».
Gli italiani non sono seri e lavoratori?
«Non possiamo dire d’avere la matrice confuciana, che mette al centro i valori».
Abbiamo quella cristiana.
«Un democratico cristiano, Francesco Cossiga, disse un giorno che la maggior qualità degli italiani è la furbizia. Secondo me è il più detestabile dei nostri difetti».
Sbaglio o italiani e giapponesi non hanno proprio nulla in comune?
«Non sbaglia. Però siamo complementari. I giapponesi ci hanno scelto come beni di lusso. Senza troppa fatica, debbo dire. A Tokyo avevo un cane di razza akita, come Hachiko, quello dell’omonimo film con Richard Gere, ha presente? Per tutta la vita ho tentato di fargli mangiare gli spaghetti giapponesi. Li hanno inventati là, no? Niente da fare. Mangiava solo la pasta Spiga d’oro che mi arrivava dall’Italia».
Perché il Giappone è in testa alla classifica mondiale del debito pubblico, 225% del prodotto interno lordo, quasi il doppio dell’Italia, che è al secondo posto fra i Paesi del G20 col 120%?
«Si sono dissanguati in opere pubbliche tanto faraoniche quanto inutili, come il Seikan tunnel, 54 chilometri, la galleria sottomarina più lunga al mondo, che arriva fino a 300 metri di profondità per collegare l’isola di Hokkaido a quella di Honshu. Ma resta pur sempre la terza economia del pianeta, anche se ha ceduto il secondo posto alla Cina. Solo che mentre la torta cinese è suddivisa fra 1,3 miliardi d’individui, i giapponesi la spartiscono fra 127 milioni d’abitanti, i quali hanno un reddito pro capite di 42.782 dollari l’anno, mentre i cinesi sono fermi a 4.382».
E perché pur con questo debito pubblico stratosferico non si sente mai parlare di rischio default per il Giappone?
«Il risparmio dei giapponesi vale tre volte il prodotto interno lordo. E consideri che il 4% del Pil è andato in fumo col terremoto di Fukushima, seguito dallo tsunami e dal disastro nucleare. La loro ricchezza privata ammonta a 16.000 miliardi di dollari, contro i 12.000 del debito pubblico. Se i bond giapponesi finissero sotto pressione, se li comprerebbero loro. Perché quello è un popolo che sa aiutarsi da solo. L’Italia ha 700 miliardi di titoli di Stato in scadenza nei prossimi due anni: chi se li piglia?».
La Cina.
«I cinesi sono molto furbi, il che è l’aspetto più pericoloso. Può darsi che ci aiutino, ma per farlo devono avere una convenienza o politica o economica».
Si sono già comprati tutti i bar.
«Magari arriveranno a comprarsi l’Italia intera, dipende. La situazione dell’euro è grave, super grave. Ma non è una corazzata inaffondabile neanche la Cina».
Per cui se dovesse lanciare un messaggio ai suoi connazionali, che direbbe?
«Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Abbiamo dimenticato la fabbrica per sposare la finanza. Abbiamo distribuito ai top manager stipendi ingiusti e immorali, bonus che non stanno né in cielo né in terra. Abbiamo creato un mondo disordinato e disonesto. Adesso prendiamo esempio dai giapponesi».
Vale a dire?
«Quando è in ballo la reputazione del gruppo, sono capaci di fare qualsiasi cosa. Di recente una grande società europea di telefonia doveva valutare se far realizzare i propri microchip ancora in Giappone oppure trasferire la produzione in Cina o nella Corea del Sud e alla fine ha deciso che la cultura del lavoro nipponica non ha eguali al mondo. E sa perché? Perché, dovendo sostituire i compagni morti o dispersi nel sisma del marzo scorso, gli operai che prima facevano 8 ore al giorno su due turni hanno portato il loro orario a 12 ore, quindi a ciclo continuo, regalando ognuno 4 ore di lavoro quotidiano. I sacrifici collettivi i giapponesi sanno farli sul serio».
Lavorano sempre, non vanno mai in ferie.
«Sicuramente ci vanno meno di noi italiani. Anche perché, siccome i giorni di malattia non sono pagati e chi si ammala spesso non progredisce nella carriera, quando gli viene la febbre preferiscono prendersi un giorno di ferie».
Roba da suicidarsi.
«Anche qui bisogna intenderci. Da noi il verbo suicidarsi ha solo tre sinonimi: togliersi la vita, uccidersi, darsi volontariamente la morte. I giapponesi hanno 60 modi diversi per definire il suicidio, che per loro può persino diventare un atto catartico, un gesto di coraggio in grado di riscattare l’onore dell’intera famiglia».
Deprimente.
«Il Valignano mi ha insegnato l’inculturazione e l’adattamento. Ho smesso di fare l’occidentale tanti anni fa».
(563. Continua)
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