Gli italiani con gravi disturbi alla retina sono un milione

Vi è un momento - nella vita dell'anziano - in cui le immagini diventano sfuggenti e il campo visivo si restringe. Questo fenomeno è dovuto alla incontrollata formazione di vasi sanguigni che producono una «macchia» sulla retina. É la degenerazione maculare senile e colpisce oggi un milione di italiani (quasi tutti di età superiore ai 70 anni) destinati a raddoppiare nei prossimi trenta anni. Chi ne è colpito accusa una netta menomazione della vista, poi lo specialista, attraverso l'angiografia e la tomografia dell'occhio scopre, in fondo alla retina - la presenza di piccoli vasi sanguigni che oscurano la parte centrale, lasciando liberi soltanto i contorni. Nei giorni scorsi a Milano il punto sulla patologia della retina è stato fatto dal professor Francesco Bandello, cattedratico di oftalmologia nell'università milanese San Raffaele, che ha ricordato l’importanza della tempestività delle cure. «La degenerazione maculare senile - ha detto - non è sinonimo di cecità. I malati non devono sentirsi condannati. Siamo in grado di arrestare il decorso di questa patologia e addirittura di migliorare le condizioni generali». Negli ultimi anni le soluzioni terapeutiche sono molto cambiate: si è passati dalla fotocoagulazione all'impiego della verteporfina. Oggi, in Italia e nel mondo, i migliori risultati si ottengono con i farmaci anti-angiogenici (capaci di bloccare la formazione dei piccoli vasi sanguigni che macchiano la retina) e in particolare di Ranibizumab, la cui efficacia, confermata da grandi trials internazionali, è autorizzato ed impiegato in oltre cento Paesi per il trattamento della degenerazione maculare neovascolare legata all’età e in oltre 60 Paesi per il trattamento della diminuzione visiva causata dall’edema maculare diabetico e per la diminuzione visiva causata dall’edema maculare secondario a occlusione venosa retinica. Il professor Bandello ha precisato che da questo farmaco hanno già avuto benefici un milione di malati e che i risultati ottenuti negli studi clinici sono unanimi. Entra nell'occhio attraverso un'iniezione intravitreale (non è dolorosa) e raggiunge subito l'area dei nuovi vasi sanguigni, arrestandone la proliferazione. Il recente studio internazionale «CATT», condotto su 1107 soggetti, ha dimostrato che il profilo di tollerabilità di questo farmaco è superiore a quello di bevacizumab non autorizzato per via intravitreale.