«Italiani restate in Irak, c’è bisogno di voi»

Fausto Biloslavo

da Nassirya

Aziz Khadom Alwan, classe 1954, è dallo scorso anno il governatore della provincia irachena di Dhi Qar, dove sono concentrati 2.600 soldati italiani. Nell’intervista esclusiva al Giornale parla sottovoce e pondera diplomaticamente le parole, ma sul destino di Saddam Hussein e sul ruolo delle nostre truppe non ha dubbi.
La provincia che lei governa è stata duramente repressa durante il regime di Saddam. Quale pensa che debba essere la sorte dell’ex dittatore?
«Saddam è un assassino, un criminale e quindi è necessario, direi doveroso, che venga condannato a morte. Il nostro popolo non potrebbe mai accettare che non sia fatta giustizia. L’esecuzione di Saddam è una richiesta della stragrande maggioranza degli iracheni».
I soldati italiani stanno facendo un buon lavoro nella provincia di Dhi Qar, o sbagliano qualcosa?
«Certo che fanno un buon lavoro. Li considero forze d’appoggio per i casi di necessità. In tema di sicurezza e di ricostruzione hanno imboccato la strada giusta».
Qualche giorno fa all’università di Nassirya i soldati italiani si sono presentati a distribuire opuscoli che illustrano le loro attività, ma la reazione degli studenti è stata negativa. Alcuni sembravano voler dialogare, ma altri pretendevano che se ne andassero e impedivano ai compagni di prendere gli opuscoli. Qual è il reale sentimento della popolazione?
«Neppure io che sono il governatore posso entrare all’università armato. In questa provincia non abbiamo un’attitudine negativa nei confronti degli italiani, invece con gli americani è diverso. Fra voi e i soldati Usa c’è una grande differenza. La maggioranza degli studenti e della gente di Dhi Qar non considera i vostri soldati degli occupanti, ma gli americani sì».
Esiste un piano per trasformare la missione italiana in Irak nella formula del Prt, già sperimentato in Afghanistan, che si concentra sulla ricostruzione politica, economica e sociale del Paese, anziché sulla presenza militare. Cosa ne pensa?
«Penso che sia veramente necessario. I soldati italiani ci hanno aiutato dopo la caduta del regime, ma adesso abbiamo bisogno di un ulteriore sforzo nel campo della vera ricostruzione. Non parlo solo di cooperazione allo sviluppo, ma anche di investimenti da parte delle imprese italiane. Abbiamo bisogno di una fabbrica di cemento, di un inceneritore per la spazzatura, di strade, ma in futuro anche di iniziative nel campo del turismo».
Turismo in Irak?
«La nostra provincia è una delle più tranquille del Paese. In futuro ci piacerebbe sfruttare turisticamente la zona delle paludi alla confluenza fra il Tigri e l’Eufrate (di cui Saddam sterminò la popolazione, nda) e il monumento nazionale della Ziggurat (la torre di quattromila anni fa, oggi all’interno della base alleata di Tallil che ospita il contingente italiano, nda).
Teme un possibile ritiro delle truppe italiane dall’Irak?
«Dipenderà dalla situazione della sicurezza e dalla formazione delle nostre forze. Quando avremo mezzi ed equipaggiamenti adeguati gli italiani potranno cominciare a ridurre la loro presenza. In ogni caso c’è un piano previsto dal governo centrale a Bagdad, che ipotizza di arrivare a questa svolta verso la fine dell’anno. Per quanto riguarda il ritiro è importante non sbagliare i tempi. Per ora abbiamo ancora bisogno del vostro contingente come forza di supporto».
Cosa si aspetta dalle trattative per la formazione del nuovo governo a Bagdad?
«Penso che la prospettiva migliore per l’Irak sia un governo di unità nazionale. Preferirei che pure i sunniti facessero parte dell’esecutivo. Quando il governo si stabilizzerà e tutte le componenti saranno soddisfatte del loro ruolo gli attacchi diminuiranno. Però non bisogna dimenticare che alcune frange come gli ex di Saddam e i terroristi stranieri, che godono di appoggi in altri Paesi, non si arrenderanno mai e allora spetterà al governo eliminarli».
Quali sono i Paesi che appoggiano i terroristi?
«Alcuni ambienti in Arabia Saudita, in Siria e nello Yemen hanno interesse a creare problemi all’Irak».
L’influenza iraniana non è altrettanto importante?
«Non si tratta di influenza, ma di un legame fra popoli. Noi siamo sciiti come gli iraniani. Le decisioni di governo, però, rimangono nelle nostre mani».
Qual è l’obiettivo di attacchi contro i fedeli o le moschee sciite, come quella di Samarra?
«Creare divisioni fra sciiti e sunniti. I terroristi puntano alla guerra civile, ma se Dio vorrà non avranno successo».