Italo Mus, tempi e spazi della civiltà contadina

Nessun pittore del Novecento è stato quanto lui fedele alla propria identità culturale e territoriale. Le sue tele con interni e paesaggi hano la forza di Mario Sironi e l'intimità di Filippo De Pisis

Italo Mus, dalla Valle d'Aosta. Ovvero, del legno nell'interno della casa. Protezione, tradizione, famiglia. È quell'odore, di legno di noce, che, più di ogni altro pittore, Italo Mus descrive in piccole tele che hanno la forza di Sironi e l'intimità di de Pisis. Ritirato in Valle d'Aosta, Mus va restituito alla pittura italiana del Novecento, come un integro pittore dell'uomo, del suo lavoro, dei suoi valori. Spesso, negli interni, vediamo contadini seduti al tavolo, di spalle, in domestica e non intellettualistica visione della solitudine, anche della malinconia, di chi è riparato, ma anche fuori, dal mondo. Negli interni di Mus, nelle lunghe serate d'inverno, arrivano i rintocchi delle campane di Rouault e di Permeke. Attribuendo a Mus una dimensione internazionale.

Italo Mus nacque a Châtillon, nel 1892, nel villaggio di Chaméran, da Eugène Mus, scultore, e la sua formazione inizia nella bottega del padre. La tradizione è l'elemento fondante della sua ispirazione, il principio di una ricerca libera che non rinuncia al passato e ai valori della famiglia.

Nel 1910, il Centro internazionale delle Belle arti di Roma organizzò una rassegna alla quale parteciparono 27 maestri tra i più noti, quali Chagall, Raoul Dufy, Jean Cocteau e Picasso; in questa circostanza il giovane Italo Mus ebbe il suo riconoscimento nazionale vincendo il Primo premio al Salone dei Giovani pittori. Nel 1909, consigliato da Lorenzo Delleani, si era iscritto all'Accademia delle Belle arti di Torino seguendo i corsi di pittura e di disegno sotto la guida di Giacomo Grosso, Paolo Gaidano, Luigi Onetti e Marchisio, artisti, come lui, fedeli alla tradizione, allo studio dell'antico e secondo i quali era essenziale saper disegnare.

Molto legato alla Valle d'Aosta, Mus se ne allontanerà solo per brevi periodi, nel 1913 per dipingere ad affresco a Lione, a Losanna e a Friesch, vicino a Briga. È attivo nella Grande guerra. Al ritorno conosce Giuseppina Crenna, che sposerà nel 1920 e dalla quale avrà quattro figli. Nel 1932 Mus progetta il Monumento ai caduti della Prima guerra mondiale a Saint-Vincent. L'opera, modellata in creta poi fusa in bronzo a Milano, rappresentava un alpino con il fucile in mano e il compagno morto sulle ginocchia. Il monumento fu distrutto durante la Seconda guerra mondiale per la raccolta del metallo.

Fu nel 1938 che Guido Marangoni, critico d'arte, conobbe Mus e ne vide le opere nello studio. Ne scrisse sulla rivista Perseo, definendolo «pittore di grande talento». Sono gli anni in cui Mus conosce gli artisti più notevoli della sua generazione come Filippo de Pisis, Carlo Carrà, Pietro Morando e Francesco Menzio, e anche Antonio Ligabue. Accoglie e dialoga nel suo studio di Saint-Vincent con de Pisis, e nel 1956 alcuni suoi dipinti sono esposti a New York e Buenos Aires. Alla metà degli anni Sessanta, ancora in piena attività, una grave malattia non gli consente più di lavorare; e il 15 maggio 1967 muore a Saint-Vincent.

Italo Mus eseguì circa duemila lavori tra disegni, bozzetti, divisi nella stessa catalogazione dell'artista in tre periodi ben distinti. Nel primo periodo, tra il 1920 e il 1940, troviamo le opere che più lo caratterizzano: sono di questi anni i meravigliosi interni, le campagne con le fienagioni, i paesaggi e i balli che raccontano momenti della vita montanara nella Valle d'Aosta. Nel secondo periodo, tra il 1941 e il 1958, l'esecuzione pittorica manifesta un cambiamento e i suoi dipinti diventano un pretesto per «fare del colore». Infatti l'invenzione di forme nuove prevale sulla descrizione della realtà. Mus si applica allo sgraffito con l'effetto del calco sulla carta velina. Nel terzo periodo, tra il 1959 e il 1967, l'artista persegue tormentatamente un ritorno alle origini lavorando ad inchiostro e carboncino. Nello stesso tempo elabora bozzetti per grandi opere destinate ad edifici pubblici della valle. Mus rievoca in parte la sua precedente attività pittorica. Così ritroviamo nelle opere di questo periodo gli interni e i campi con fienagioni che documentano il popolo montanaro, che conserva una intatta umanità. Il tempo di Mus è un tempo fermo, un tempo della memoria, come nei documentari di quegli stessi anni di Vittorio de Seta.

Nessun pittore del Novecento come lui è stato così fedele alla identità culturale e territoriale come un testimone di umanità e di civiltà. Nella forza della tradizione, e nella certezza di un presente che, nello spirito, nei valori dell'uomo, non muta.

Commenti

valentina46

Gio, 29/06/2017 - 10:53

Grazie, Vittorio, come sempre. Sono una polesana nata in una fattoria e ho visto e vissuto tutto quello che hai descritto. Gli studi e la città (la piccola Verona, per fortuna) non mi hanno cancellato odori-sapori-sensazioni.