Jan, obbligato a essere un campione

Se hai un figlio di un anno e invece che a zompettare nel girello lo ficchi in un carrello pieno di palle sul campo da tennis può essere che la baby sitter quel giorno ti abbia dato buca. Ma se quando il piccolo compie due anni lo piazzi davanti alla tv per fargli vedere, invece dei cartoons, la registrazione (nemmeno la diretta) di un incontro tra James Blake e Paradorn Srichaphan, beh allora in quella famiglia sono capaci di tutto. Anche di vendere la casa e la mobilia, salutare parenti e amici e partire da Sacramento per Parigi. Con un solo obiettivo: fare di tuo figlio un campione di tennis.
È quello che sta succedendo a Jan Kristian Silva, sei anni il 17 novembre, allievo della Mouratoglou tennis academy, West Point europea della racchetta a Thiverval-Grignon (periferia di Parigi), che recluta i suoi marines in tutto il mondo quando non sono loro a chiederne il lasciapassare. Proprio come è successo a quel bambolotto di Jan, casco biondo strappa pizzicotti, racchetta che gli fa il solletico al collo e un contratto con mamma Nike che lo veste già dalla testa ai piedi. A tre anni prende a pallate lo specchio nel salotto di casa: riflessa, non c’è la sua immagine ma quella del campione che l’ha stregato, quel Blake, ora numero 9 del tennis dei grandi, di cui già copiava il rovescio. In città si sparge la voce, «ecco il Tiger Woods del tennis», strombazzano i giornali locali. La famiglia di Jan comincia a fare due conti.
Con lo sport hanno una certa confidenza: papà Scott, consulente al dipartimento del lavoro di Sacramento, ha bazzicato il basket alla Southern Oregon University; Mari Maattanen, mamma finlandese, ha razzolato nel tennis che conta prima di insegnarlo al Gold River club. Un anno ancora e decidono di fare il grande salto. Esibiscono Jan durante il torneo Atp di Sacramento, il bimbo stupisce il pubblico tra un match e l’altro e a vederlo c’è Marcos Baghdatis, tennista cipriota cresciuto proprio nell’accademia francese. È lui che segnala il prodigio a Patrick Mouratoglou, il manager contatta i genitori che già avevano bussato inutilmente all’accademia di Nick Bollettieri, reparto maternità di campioni come Agassi e Sampras tanto per dirne due tra cento. Rancho Cordova, il posto dove vivono, tiene il loro progetto alla catena: il futuro è in Francia.
Vendute le due case e le auto, i Silva sbarcano in Europa. Un po’ Tenenbaum, molto famiglia Bradford: papà, mamma, Kadyn che a 10 anni in un gruppo simile fa già la parte del fratellone, e Jasmine, due anni, un cespuglio di ricci in testa e, pare ovvio, una racchetta in mano invece della Barbie. Jan finisce nelle fauci delle Tv americane: un’apparizione a Good morning America, un salto allo Ellen Degeneres show. Poi l’Accademia.
Che copre ogni spesa di Jan, dalle vitamine alle patatine (quelle poche che i nutrizionisti del centro gli permettono) e partecipa a quelle del clan Silva: 100mila euro all’anno il cui percorso per rientrare nelle casse di mister Mouratoglou è già nel contratto. Il 25% dei proventi pubblicitari per almeno 10 anni e il 10% dei dollari vinti con i tornei torneranno in Accademia. Solo polvere invece se Jan un giorno decidesse di darsi alla pesca dei salmoni. Per ora il progetto continua, il bimbo ha il suo sito personale e Usa Today ne ha fatto la storia di copertina: Jan si allena un’ora al mattino con la mamma, va a scuola tre ore, pranza con gli altri bambini e ritorna sui campi nel pomeriggio. «Jan ha scelto il tennis e il tennis ha scelto lui. Tutti ci danno dei pazzi, ma basta incontrarci per capire che non stiamo forzando la vita del nostro bambino»: con il figlio, Scott e Mari difendono anche l’investimento.
Qui psicologia e tennis prendono due strade diverse. «Sotto i sei anni non si può parlare di agonismo, ma solo di divertimento. Per questo, razionalizzarlo può diventare molto rischioso. Per soggetti così giovani non ci possono essere regole, i bambini non sono dei piccoli adulti»: Giuseppe Vercelli, psicologo dello sport, già nel team della nazionale di sci e attuale collaboratore della Juventus per le scuole calcio, boccia il progetto: «Il tennis, poi, è uno sport di duello che accentua ancor di più la pressione sulla personalità. Operazione pericolosa: una simile infanzia può lasciare strascichi tali da sfociare nella schizofrenia». Se parli con Riccardo Piatti, talent scout della racchetta, la questione prende un’altra piega: «Chi arriva ad alto livello, Federer per esempio, fa le cose molto normalmente. Questo non significa che non si possa cominciare così presto: l’agonismo è fondamentale, ma deve essere mediato dai genitori. Uno come Gasquet stava sui campi fin da piccino ed è arrivato tra i top, ma è figlio di un maestro di tennis. La vera anomalia è un’altra: aver voluto portare il bambino dagli Stati Uniti in Francia. Che bisogno c’era?». Prima o poi anche Jan potrebbe farsi la stessa domanda. E qualcuno gli dovrà dare retta.
Paolo Brusorio