Jim, il Nobel odiato dalle femministe

da Londra

L’aborto? «Sacrosanto se c’è il rischio che il figlio possa nascere omosessuale». La stupidità? «Una malattia che un giorno potrebbe essere curata». La bellezza? «Un traguardo che l’umanità potrà raggiungere con la manipolazione genetica».
James Watson avrà anche vinto il premio Nobel per il contributo scientifico nell’esplorazione del Dna, ma dall’opinione pubblica internazionale si è fatto conoscere soprattutto per le sue uscite lontane dal politically correct.
Biologo e genetista americano, 79 anni, Watson è il padre del Dna, l’uomo che nel 1953 portò al più grande traguardo scientifico del ventesimo secolo. Lui e Francis Crick - ricorda il Times - «hanno raggiunto l’immortalità come Darwin e Copernico».
Eppure Jim - così lo chiamano i colleghi - quando ricorda il suo ingresso all’Università di Chicago, all’età di appena quindici anni - racconta: «Mia madre conosceva il responsabile delle ammissioni. Ho sempre pensato di avercela fatta perché era lei a essere piaciuta». Ironico, insomma, e dotato di uno strano mix di presunzione e understatement, Watson non è un campione di diplomazia e forse neanche di lealtà. A sei anni dalla conquista nel 1962 del Nobel, rivelò di avere utilizzato i dati raccolti da un’altra scienziata, Rosalind Franklin, a sua insaputa. Poi arricchì il racconto con commenti sarcastici sull’aspetto della collega. Lì cominciarono i suoi guai con le femministe. Fino alla teoria sull’esistenza di un legame colore della pelle e libido - secondo lui molto intensa fra i neri e gli africani - e alla frase sull’intelligenza degli occidentali, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro: Avoid Boring People (Evitate i noiosi). Forse è questo il suo problema. Cerca in tutti i modi di non esserlo.