Il Kashmir e le bombe della politica

Massimo Introvigne

L’esplosione di un’autobomba vicino a una scuola nel sud del Kashmir indiano, a Pulwama, segue di poche ore dichiarazioni concilianti del presidente pakistano Musharraf. Lo schema si ripete: ogni volta che i governi indiano e pakistano sembrano avvicinarsi a una soluzione pacifica della disputa, il terrorismo colpisce. Le organizzazioni terroristiche dell’ultra-fondamentalismo islamico nel Kashmir sono fra le più feroci: dal 1989 a oggi hanno fatto sessantamila morti, un record secondo solo a quello algerino. Ma questa ferocia non è cieca, e quasi sempre ha scelto i momenti giusti per colpire, ottenendo finora lo scopo di far puntualmente deragliare il treno della pace ogni volta che esso sembra vicino alla destinazione. Anche il Kashmir conferma così la tesi - appena riproposta in un libro del politologo Robert Pape - secondo cui il terrorismo non è affatto «irrazionale»: persegue scopi politici precisi, e non di rado li ottiene.
Il problema del Kashmir è antico. La «partizione» della penisola indiana fra un'India indù e un Pakistan musulmano inventata dagli inglesi nel 1947 lasciava irrisolto il problema dei regni formalmente indipendenti delle zone di frontiera, i cui rajah avrebbero dovuto decidere con quale dei due paesi federarsi. Nel Kashmir gli abitanti erano in maggioranza musulmani sunniti, mentre la famiglia reale era induista. Il rajah fa prevalere la sua religione su quella dei sudditi, e nel 1947 dichiara di volersi unire all'India. Ne nasce una guerra fra India e Pakistan, conclusa da un cessate il fuoco negoziato nel 1949 dalle Nazioni Unite, le quali fermano le truppe su una «linea di controllo provvisoria», che lascia un terzo del Kashmir al Pakistan e due terzi all'India e chiedono che il futuro del Kashmir sia deciso da un referendum che non si terrà mai.
Seguono invece altre due guerre nel 1965 e nel 1971, e una tregua firmata a Simla nel 1972. La tregua tiene per quasi vent'anni, anche perché nel frattempo su una parte del Kashmir avanza minacciose rivendicazioni territoriali la Cina, e India e Pakistan sanno che nuovi conflitti darebbero occasioni a Pechino di intervenire. Alla fine degli anni 1980, tuttavia, Osama bin Laden decide personalmente di aprire un nuovo fronte in Kashmir dopo i successi in Afghanistan. Grazie alla propaganda di Al Qaida l’ultra-fondamentalismo islamico, fino ad allora assai minoritario, diventa una componente importante del separatismo, e negli anni 1990 comincia una vasta campagna terroristica al cui servizio si pongono migliaia di volontari che Bin Laden infiltra nel paese dall’estero.
Il Kashmir è un problema senza soluzioni facili, ma il rapporto del 1950 della commissione Onu guidata dal giurista australiano Sir Owen Dixon metteva già in luce un fatto innegabile: ogni soluzione applicata a tutto il Kashmir, referendum compreso, non condurrà alla pace, perché il Kashmir è diviso fra una zona musulmana, una indù e una buddhista, senza contare le divisioni linguistiche. La «terza via» di chi sogna un Kashmir indipendente è politicamente e socialmente irrealizzabile - terrebbe insieme in uno stesso Stato musulmani e indù che si sono scannati per decenni - ma una razionalizzazione su base linguistica e religiosa della «linea di controllo» può portare l’India, il Pakistan e la maggioranza dei kashmiri stanchi di guerre e di morti ad accettare la frontiera «provvisoria» del 1949 come definitiva. È proprio perché questa soluzione, che appare oggi più che mai vicina, non si realizzi che Al Qaida fa esplodere le sue autobomba.