Key Rush: «Con un microfono ho dato voce alle montagne»

Scalatrice appassionata, la popolare conduttrice ha creato su Radio Montecarlo un programma dedicato alle imprese sull’Himalaya

Lorenzo Scandroglio

Kay Rush è fra i personaggi del mondo dello spettacolo che più di tutti in questi anni hanno saputo dimostrare, contribuendo anche a fomentarlo, l'enorme appeal dell'universo montagna. Di più: a Kay Rush è riuscito, meglio che ad altri, di trasmettere la gioia del verticale, dell'arrampicata, di scalare una cima, del «viaggiare» a piedi sulle Alpi e nel mondo. Un approccio lontano da quella deleteria patina rétro che si è posata per troppi anni sulla nostra cultura dell'andar per monti e che è fatta solo di sacrifici, di lotte con l'alpe, di rinunce, di atmosfere gravi che hanno relegato quell'universo a una marginalità immeritata.
Abbiamo incontrato la showgirl ad Arco di Trento dove ai primi di settembre ha condotto la serata «di gala» di Arco Rock Legend, un premio dedicato ai migliori climber del globo inserito nell'ambito di Arco Rock Master, l'appuntamento annuale più importante dell'arrampicata mondiale. Due sono le note di rilievo scaturite da Arco durante la serata condotta da Kay Rush: la sorprendente impennata di presenze e di pubblico e l'assegnazione degli Oscar dell'arrampicata a due donne, la spagnola Josune Bereciartu, l'austriaca Angela Eiter.
Kay, quest'anno hai fatto l'ennesimo programma radiofonico dedicato alla montagna.
«Si chiama “Rush Hour chiama Himalaya”, è su Radio Montecarlo e ha avuto un grande successo. Facevo collegamenti in diretta per due mesi con Fabio Meraldi, un forte e noto skyrunner, e Diego Giovannini, autore, fotografo e cameraman: loro riempivano il blog della trasmissione, parlavano in diretta dal satellitare, e, sempre tramite il blog, mandavano foto e video. Insomma oggi con internet le possibilità della comunicazione sono a 360 gradi e, se le sfrutti bene, si possono fare grandi cose, ottenere risultati incredibili. Ho deciso di fare questo programma, di far raccontare da due uomini sul campo quello che facevano, perché Diego e Fabio erano le persone giuste, montanari capaci di comunicare, di farti vedere con le parole quello che vedevano i loro occhi. Il pubblico si è appassionato tantissimo. Telefonate, mail, blog, un sacco di attestati di gradimento...».
Idee per il futuro?
«Intanto spero di ripartire con “Rush Hour” che ha avuto un successo molto importante (andava in onda in diretta dal lunedì al giovedì dalle 18.00 alle 20.00 ed era condotto insieme a Debora Villa) e con l'altro mio programma musicale “Monte Carlo Unlimited” (trasmesso ogni venerdì e sabato dalle 22.00 a mezzanotte). Diciamo che per il momento sulla montagna non ho ancora avuto il guizzo, il flash creativo. Ci sarebbe da fare un bel reality. Ma abbiamo voglia di sporcare la montagna con questo tipo di cose?».
Perché non raccontare le scalate, proporre dei récit d'ascension radiofonici?
«Bisognerebbe essere bravissimi come gli spagnoli del programma “Al filo de lo imposible”, una trasmissione di grande successo proposta dalla televisione di stato nazionale spagnola (con un fan d'eccezione, il Re di Spagna, ndr). Il problema è che la maggior parte delle cose fatte sulla montagna in Italia sono abbastanza… come dire… “pallose”! Per fare dei programmi che non siano noiosi ci vorrebbe una componente spettacolare, il che significherebbe proporre dei reality. Ma saremmo da capo».
È un anno rosa questo nel mondo della montagna, con i successi in cima al K2 di Nives Meroi e di una giovane giapponese e ad Arco di altre due stelle del verticale. Cosa succede?
«È solo una questione culturale, tipicamente italiana, che ci fa stupire dei successi delle donne e che ci fa dire, scioccamente, “ma guarda un po' una ragazza che se la sa cavare in montagna!”. Come se certe attività avessero una sorta di monopolio virile».
Già, ma i numeri dicono che la maggior parte delle donne che comincia ad arrampicare in Italia lo fa perché ha avuto un fidanzato che l'ha iniziata.
«Non mi stupiscono questi dati ma penso che le cose dovrebbero cambiare, lentamente. D'altronde la questione è trasversale nella società italiana, come dimostra anche l'annosa polemica delle quote rosa in politica. Io ho cominciato da sola, per il puro piacere, l'amore di quel paesaggio. Sono state le Dolomiti di Brenta qui in Italia il mio primo colpo di fulmine. Devo dire che la prima attrazione per le altezze è arrivata con il parapendio».
Qual è la tua esperienza più recente?
«Sono stata in Nepal nel mese di agosto. Un trekking nel Mustang, in una regione tibetana ma fuori dal controllo cinese, fortunatamente. Il Nepal è molto migliorato e sono contenta - a dispetto di tutto quel pauperismo ipocrita di molti di noi occidentali - che ci fosse la corrente elettrica e che ci fossero le strade nei villaggi. Quello che manca è un certo criterio nel fare le cose, con una visione d'insieme. È stato bellissimo, anche se non sempre facile, dormire nelle case dei nepalesi, camminare, attraversare villaggi e avere un contatto reale, vero, con la gente».
Quale libro hai sul comodino?
«Il libro che mi sono portata in Nepal si intitola Shantaram (Neri Pozza): la storia vera, autobiografica, di un un ex galeotto, David Gregory Roberts, che a Bombay diventerà uno shantaram, un “uomo della pace di Dio”».
Cosa fai in questi giorni?
«Mi riposo a Chamonix e attendo notizie da mio marito, in Himalaya a tentare il Cho Oyo (8201 m)».
lorenzo.scandroglio@tin.it