Kyoto ci costerà 221mila posti di lavoro

Antonio Signorini

da Roma

Un’emorragia di posti di lavoro, produzione in calo su tutti i fronti e bollette sempre più care a danno di cittadini e imprese. Un sacrificio enorme per ottenere un effetto più che incerto sul clima della Terra, almeno stando a recenti dichiarazioni di Tony Blair. Se il premier britannico, alla vigilia del grande summit sul clima che si terrà a Montreal il 28 novembre, ha fatto un’analisi generale sull’efficacia del protocollo di Kyoto, da noi è stato l’Istituto Bruno Leoni - rilanciando uno studio del think tank statunitense Council on Capital Formation - a fare il conto di quanto potrebbe costare all’Italia ridurre le emissioni dei gas inquinanti, così come è stato stabilito nel ’97 nella cittadina giapponese. In sintesi, rispetto a una situazione in cui il protocollo di Kyoto non venisse applicato, i prezzi dell’energia aumenterebbero con picchi del 44 per cento; il Pil calerebbe del 2,1 per cento e si perderebbero 221mila posti di lavoro all’anno. E questo sempre che non si decida un’ulteriore stretta.
La bolletta energetica. Tutto ha origine dal fatto che - sottolinea l’istituto di ricerca di ispirazione liberale - ci sono ben poche possibilità che l’Italia riesca a ridurre le emissioni di anidride carbonica sostituendo le fonti energetiche attualmente a disposizione. Troppo tardi per il nucleare, insomma. Il carbone è praticamente condannato a morte e probabilmente si dovrà puntare sul gas naturale. Ma anche questo non basterà e non resterà che spingere gli italiani a consumare meno energia attraverso «considerevoli cambiamenti dei prezzi». Oppure si farà ricorso al mercato dei «crediti internazionali» che ci permetteranno emissioni superiori ai limiti, ma i cui costi sono destinati a pesare ancora una volta sui consumatori.
Riscaldamento e benzina. Alla fine - prevede l’Ibl - l’Italia opterà per un mix di azioni a livello nazionale e di acquisto di crediti, che, nel periodo 2008-2012, farà aumentare il gasolio da riscaldamento domestico dell’11 per cento. Il carburante da autotrazione aumenterà dell’8 per cento (benzina) e dell’11 per cento (diesel).
I costi per le imprese. La bolletta più cara spetterebbe sicuramente alle aziende che si ritroverebbero a pagare il 44 per cento in più per il gas naturale e il 13 per cento in più per l’energia elettrica in generale. L’alternativa, in questo caso, potrebbe essere la delocalizzazione verso Paesi che non hanno aderito al protocollo di Kyoto. Paradossalmente - verrebbe da pensare - anche verso la Cina e l’India, cioè i due Paesi che con le loro emissioni - sempre secondo Blair - rischiano di rendere inutile ogni tentativo di evitare il surriscaldamento globale.
Italia meno competitiva. Tutto questo avrà effetti sull’economia. La reazione a catena descritta dall’istituto parte da un aumento dei prezzi di beni e servizi e relativa diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori. Facile intuire il passaggio alla contrazione dei consumi e degli investimenti e lo spostamento della domanda di beni e servizi verso quei Paesi che non hanno aderito al protocollo. Come gli Stati Uniti o il Giappone.
Pil in calo. Preciso il calcolo sulla perdita di produzione. Nel 2010, se sarà applicato il protocollo di Kyoto, il Pil Italiano rallenterà del 2,1 per cento all’anno. In altre parole se Kyoto non sarà applicata l’economia italiana produrrà annualmente 27 miliardi di euro in più. Nel 2025 la perdita sarebbe del 2,8 per cento pari a 45 miliardi di euro. Se poi scatteranno - come sembra probabile - i vincoli ancora più rigidi per compensare gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora dai Paesi firmatari dell’accordo, il Pil del 2025 perderà 4 punti percentuali, 65 miliardi di euro. «Forse un’economia che cresce 10 punti percentuali all’anno se lo può permettere - osserva Carlo Stagnaro, responsabile ambiente dell’Ibl - ma per un Paese come l’Italia che cresce dell’uno-due per cento un calo del genere significa tornare indietro». La recessione, quindi.
Licenziati da Kyoto. Nel quadriennio 2008-2012 la perdita annuale di posti di lavoro sarebbe di 221mila unità. In tutto quasi 900mila. Una cifra che non sfigura nemmeno accanto ai quattro milioni di disoccupati che secondo Bush sarebbe stato l’effetto di Kyoto negli Usa.