L’aborto si compra in metrò. E nessuno s’indigna

IPOCRISIA Dove sono le femministe scatenate? Perché non si è levata voce in difesa di queste ragazze?

di Eraldo Ciangherotti

È notizia di questi giorni che a Milano, in Stazione Centrale piuttosto che in metropolitana, se sei donna e ti trovi a camminare lungo i binari o nei sotterranei, accarezzandoti la pancia, vieni avvicinata da due o tre ragazze che ti salutano con la parola «Cytotec». Non è una barzelletta cinese. Sembra un racconto di altri tempi, ma nella capitale ambrosiana, per tutelare il diritto sociale all’aborto, si è sviluppato il mercato nero delle pillole. Alla luce del sole e sotto gli occhi di tutti. Nessuno infatti dice nulla, neppure le forze dell’ordine, a quanto sembra, o i nuclei antisofisticazione. Si spacciano, come tic tac, in mezzo al viavai della gente, le compresse di cytotec, a base di misoprostolo. Farmaco nato per curare l’ulcera, ma che, in sovradosaggio, può provocare l’aborto.
Questo medicinale in farmacia viene regolarmente venduto al prezzo di 13,97 euro dietro presentazione di ricetta medica non ripetibile, mentre a Milano, in metrò, viene distribuito «clandestinamente», come metodo di controllo delle nascite. Al costo di 25-30 euro. Anche se viene messa a serio rischio la salute della donna. Anche se tra le complicazioni più gravi possono verificarsi serie emorragie, oltre a convulsioni, dolore addominale, palpitazioni, vertigini e cefalee. Qui, a Milano, si gioca ancora una volta sulla pelle della donna e lo Stato, la nostra società, in quest’occasione rischia di fare la parte del maschio «senza palle», girandosi dall’altra parte e fingendo che non sussista alcun problema. Lasciamo da parte, questa volta, le ragioni etiche che spingono a riconoscere nell’aborto una vita umana eliminata. Neppure vogliamo ragionare, sebbene non farebbe male, sul fatto che a ritirare un certificato di aborto spesso, molto spesso, siano donne indecise, per ragioni economiche o lavorative, se dire addio al loro bambino. Neppure è il caso di fare la predica della buona azione umanitaria. A suffragio della difesa della vita umana dal concepimento parlano già chiaro da tempo le immagini dell’ecografia ostetrica.
Nella diagnostica prenatale è facile, infatti, riconoscere i tratti di un bambino in miniatura, a tal punto che addirittura la donna che diventa madre, durante la gestazione, non vede l’ora di poter salutare dal monitor il suo figlioletto, proprio come un bambino in tv dice ciao alla sua mamma. Qualcosa ci sfugge nella vicenda di Milano. Dove sono le femministe scatenate che difendono la donna e il suo diritto di gestire l’utero? Dove sono le Signore dei salotti radical chic, magari ammantate di visoni e volpi argentate, che si appellano alla libertà di scelta e alla migliore salute psicofisica della donna per promuovere tout court l’aborto? Dove sono le amiche snob di palazzo che tacciano di infimo maschilismo chi, nella maternità disagiata o inattesa, vorrebbe tentare di salvare due vite, la donna e il bambino?
Sembra che a Milano, sui binari del metrò, venga uccisa ogni giorno prima di tutto la dignità della donna. E ricordiamoci che vittime di questa squallida vicenda sono soprattutto donne che vivono situazioni di assoluto svantaggio. Già, perché le maggiori utenti delle pillole di misopristolo in metrò sono proprio le prostitute, ridotte a questa condizione di vita spesso non per libera scelta ma per schiavitù. Responsabili sono non soltanto coloro che direttamente ne approfittano (i papponi) ma pure i clienti e la società intera che si girano dall’altra parte, saldando il conto con pochi spiccioli e qualche compressa di Cytotec.
Ecco perché un bel sit-in di intellettuali benestanti lì sarebbe opportuno, per dire con chiarezza quanto sia ingiusto ed umiliante per una donna andare in stazione ad accarezzarsi la pancia per interrompere una gravidanza. Ognuno nella vita può fare ciò che vuole, siamo nel terzo millennio e le cognizioni non mancano per gestire una maternità in maniera responsabile. In uno stato di diritto, però, permettere che la donna venga così oltraggiata a noi non piace proprio e per questa ragione ci mettiamo ancora una volta dalla parte delle donne. L’era del femminismo è fallita. Nel principio dell’uguaglianza di genere, che per fortuna solo poche donne hanno portato avanti con convinzione, fingendosi «rappresentati di classe», si è perso di vista il carattere essenzialmente supremo della donna, che è anche la possibilità di diventare madre. Una curiosità. Non ci avrete mai fatto caso, forse. Ma ciò che colpisce di quei salotti radical chic che gridano alla libertà di scelta è proprio la mancanza di sorrisi. Tre o quattro donne discutono sempre infervorate sul diritto all’aborto. Sui loro visi le rughe in genere hanno perso l’elasticità del sorriso. Sarà un caso, ma sono loro le prime a dirci che sull’aborto non c’è proprio niente da ridere.