L’addio a Pirelli, industriale troppo gentiluomo

Diceva Benedetto Croce: «Liberale è colui che sa capire le idee avversarie e che sa, fino a un certo punto, condividerle». Leopoldo Pirelli era un autentico liberale e la prova è in un pezzo di storia. Nel 1969, anno tormentato dall'onda lunga dell'«autunno caldo», lanciò una proposta ai 50mila lavoratori della Pirelli: 40 ore di lavoro settimanali a parità di salari al posto delle 46 in vigore, cinque giorni di lavoro con turni anche il sabato e la domenica: quello che andava perso con l'orario si recuperava facendo lavorare di più gli impianti; e poi, introduzione del part-time per le donne, scaglionamento delle ferie, possibilità di scegliere i turni. Ma commise un errore, di cui poi si rammaricò; errore coerente con l'integrità di un uomo di parola: mancò d'astuzia. Scavalcando il sindacato a sinistra ottenne una bocciatura: «Dovevo fare in modo che quelle idee venissero da loro, un po' alla volta». Intanto sui muri di Milano e nei cortei si scandivano rime banali: «Agnelli, Pirelli, ladri gemelli».
Quando Pirelli entrò alla Confindustria - erano gli anni Sessanta - l'associazione degli imprenditori era un'oligarchia formata solo dai rappresentanti delle grandi imprese: Costa, Valletta, Pesenti, Valerio, Marzotto e pochi altri. Egli guidò la commissione che riformò l’organizzazione, dando più rappresentanza e poteri ai piccoli e medi industriali e ai giovani, e cambiando, in senso democratico, quel colosso ingessato. La riforma prese il suo nome, ed egli si schermì: «Ero solo il presidente del gruppo di lavoro. Anche Gianni Agnelli diede il suo contributo appassionato». Agnelli, quasi coetaneo, con cui condivideva il ruolo di «terza generazione», fu amico e cliente, legato nella sorte industriale e negli slogan di piazza; un giorno Pirelli ammise, malizioso: «Io mi sono divertito meno di lui».
Leopoldo Pirelli fu un tipico erede della grande imprenditoria lombarda, laboriosa, innovatrice, liberale, portatrice di carica morale e sociale; e fino alla fine ha rappresentato, nel bene e nel male, il capitalismo familiare. La Pirelli - gomma, pneumatici, cavi - fu fondata dal nonno Giovanni Battista, figlio del fornaio di Varenna, nel 1872, ed ebbe espansione internazionale con i figli di questi, Alberto e Pietro. Leopoldo, figlio di Alberto, nacque nel 1925. Alla laurea in ingegneria al Politecnico si accompagnò la gavetta negli stabilimenti. Poi, nel 1956, la morte dello «zio Piero», privo di eredi, indusse il padre a chiamare Leopoldo, l'ultimo dei quattro figli, e a farlo sedere alla scrivania di fronte alla propria. Per nove anni dieci ore al giorno sotto gli occhi del «capo», come segretario, portavoce, ma soprattutto a imparare. Diventerà presidente nel 1965, assistito da una triade di amministratori delegati - dei «Valletta» - che ne consolidarono il ruolo. Il figlio di uno di questi, Nicolò Dubini, cementò il rapporto sposando la figlia di Leopoldo, Cecilia, ma in questo ruolo a lui si sostituirono, in fasi successive, prima Marco Tronchetti Provera (dal quale ha avuto tre figli) poi Carlo Scognamiglio. Oltre a Cecilia, Leopoldo nel 1954 ebbe un altro figlio, Alberto, laureato in ittiologia e acquacultura alla Washington university di Seattle, che a sua volta ha avuto tre figli.
Al padre Leopoldo fu sempre legatissimo, e con orgoglio lo considerava il suo maestro di vita e di pensiero. Profondo fu l'affetto anche per il fratello Giovanni, scrittore, intellettuale, il partigiano Piatti della Brigata Garibaldi, uomo impegnato a sinistra. Idee opposte: «Lui pensava che la riforma del sistema dovesse avvenire dall'esterno, io dall'interno di esso. Ma con gli anni ci avvicinammo sempre più e il traguardo della perfetta unità d'intenti era ormai vicino». Ma la fatalità li colse insieme, il 13 marzo del 1973, all'interno di una galleria sull'autostrada Sestri Levante-Genova; l'auto bruciò, Giovanni morì, Leopoldo stette a lungo in ospedale, poi lontano dalle fabbriche e dagli amici; molti temevano che non si sarebbe ripreso, ma dopo un intero anno ricomparve, segnato dalle cicatrici e dal dolore.
Leopoldo fu vittima del proprio carattere. Un timido gentiluomo solitario, riflessivo, tollerante, incline a rispettare i limiti piuttosto che a superarli, dedito più al silenzio che alle parole. Nel frastuono di oggi, fatto di gente che grida, che interrompe e che pretende di avere ragione, è il ritratto di un uomo d'altri tempi. Fu un uomo un po' grigio, senza gli slanci creativi che spesso portano fortuna. Quando si gettò in avventure che eccedevano la vita ordinaria dell'azienda non gli andò bene. Dopo il fallimento della campagna tedesca per la conquista della Continental, operazione osteggiata dall'ex genero ed erede designato Marco Tronchetti Provera, non esitò a dichiarare: «La responsabilità è soltanto mia», e progressivamente si fece da parte. Con la stessa impeccabile forza d'animo non aveva esitato, nel 1978, a prendere una decisione tra le più sofferte: vendere il grattacielo di piazza Duca d'Aosta, quello che ancora si chiama Pirelli, progettato negli anni Sessanta da Gio Ponti. Era l'immagine stessa dell’imprenditoria italiana, e venderlo alla neonata Regione Lombardia significava anche cedere lo scettro alla politica, alla nuova «razza padrona» che sfilava il potere ai grandi industriali senza averne la cultura e la storia.
Senza le alchimie di Enrico Cuccia, il comando lo avrebbe perso chissà quanto tempo fa: negli ultimi anni della sua èra, controllava il gruppo con una modestissima quota del 5% del capitale. Ecco il bene e il male del capitalismo familiare: il bene è la continuità, l'identificazione con l'azienda, la visione di lungo respiro non influenzata dalla ricerca del guadagno immediato; il male è la progressiva mancanza di risorse per finanziare lo sviluppo, ma con la volontà di rimanere ugualmente al comando.
Per tre volte Leopoldo cercò il colpo d'ala. La Pirelli doveva crescere per resistere sui mercati mondiali. Provò con Dunlop, poi con Firestone, infine con Continental. Furono tre fallimenti. La prima operazione, l'unica che ebbe concreto avvio, patì l'errore di un vertice sbagliato. Quando Pirelli tentò la scalata a Firestone, si misero di mezzo i giapponesi di Bridgestone che portarono il prezzo alle stelle; come rivalsa Pirelli comprò un'altra società americana, la Armstrong, e fu uno sbaglio. Infine, nell'affare Continental il gruppo italiano mancò nello stesso tempo di aggressività e di diplomazia, vittima di un sistema tedesco che faceva durissimo quadrato intorno alle proprie aziende.
Anche in quell'occasione Leopoldo declinò qualunque aiuto di politici italiani, un mondo che frequentò soltanto lo stretto necessario. Apprezzò Aldo Moro fino a quando non capì da chi era circondato. Pochi argomenti in comune con Giulio Andreotti e con Amintore Fanfani. Di Craxi raccontava: «Quando ci si incontrava lui mi diceva: ciao, come stai? E io gli rispondevo: buongiorno presidente». Leopoldo non fu mai sfiorato dall'idea di impegnarsi in politica, così lontana dai suoi modi e dal suo carattere, mentre avrebbe potuto diventare senatore come, quando e con chi avesse voluto. Ebbe il rammarico, in anni recenti, di non aver cercato di compattare la grande industria per arginare la corruzione e prevenire Tangentopoli. Ma quando si congedò dal suo ultimo incarico operativo, nel 1999, se ne andò leggero, sereno, senza rimpianti: «Credo di aver lavorato con coscienza, con qualche buon risultato e degli errori. Ma non ho rimorsi perché credo di aver agito sempre in buona fede».