L’altra «Cavalleria Rusticana» e il segreto mai rivelato di Mascagni

Il titolo è curioso: «Verga-Mascagni-Monleone: l'altra Cavalleria Rusticana (quel mistero per eccesso di cavalleria...)» e il tema è caldo, non poi così noto nemmeno tra gli addetti ai lavori, figuriamoci tra chi storia della musica ne mastica poca. Mascagni, celebre compositore italiano di fine ottocento e autore dell'ancora più celebre «Cavalleria Rusticana» (1888) - tratta da una novella di Verga - osteggiò un’opera omonima del 1902 di tal Domenico Monleone, genovese, facendola bandire dalle scene e bollare dalla Cassazione di Torino come plagio; e quel che è ancor più interessante, è che Mascagni, insieme all'editore Sonzogno, non si fece il minimo scrupolo a citare in giudizio lo stesso Verga, che aveva autorizzato il lavoro di quel musicista non rispettando così gli accordi presi in precedenza con la Casa Editrice milanese. La Cavalleria di Monleone, che tra l'altro aveva incontrato un gran successo già dalla sua prima messa in scena, il 10 luglio 1907 al Vittorio Emanuele di Torino, fu così ritirata e la sua musica riciclata in una nuova opera, «La Giostra dei falchi". Ma fu vero plagio? Ai posteri l'ardua sentenza, verrebbe da dire: e a parlare ci pensa appunto l'autrice del libro (Ed. Dante Alighieri, 191 pagine, 18€) Chiara Di Dino, palermitana, soprano liederistico e dottoressa in musicologia all'Università di Cremona, il cui lavoro è stato presentato lo scorso aprile all'Auditorium di Roma nientemeno che dal celebre musicologo Quirino Principe, che ne ha curato la prefazione. E che a Genova è stato oggetto di un incontro organizzato il 24 maggio scorso dall'associazione Teatro Carlo Felice in collaborazione con il Conservatorio Niccolò Paganini, sempre con la partecipazione di Principe. Una lunga ricerca che giunge alla seguente conclusione: plagio in realtà non fu, anzi, se vogliamo dirla tutta, l'opera di Monleone risulta assai più fedele alla novella originale rispetto a quella di Mascagni, più rispettosa della realtà sociale siciliana di inizio novecento e con tratti più marcatamente veristi, con un approfondimento del carattere dei personaggi decisamente più intenso; infine, i libretti - quello di Mascagni firmato da Giovanni Torgioni-Tozzetti e Guido Menasci, quello di Monleone dal fratello Giovanni - risultano dissimili e la musica del tutto diversa. Insomma, sentenza che ora risulterebbe, secondo la Di Dino, decisamente infondata; il che potrebbe riabilitare l'opera di Monleone anche nei nostri teatri, visto che nemmeno dieci anni fa, il 16 luglio del 2001, Irene, la figlia di Monleone, riuscì a farla rappresentare al Teatro di Montpellier. Chissà. Non solo all'autrice allora, ma anche al pubblico, andrà la famosa ardua sentenza.