L’altra Resistenza che non piaceva agli storici «rossi»

Si sa che la storia viene scritta dai vincitori, almeno nella fase immediatamente successiva agli eventi, e anche la Resistenza ha avuto un’interpretazione univoca per decenni: prima che i cosiddetti «revisionisti» - e i lavori di Giampaolo Pansa - analizzassero le ragioni e la documentazione dei vinti. Si dovette aspettare addirittura il 1991 perché uno storico - e partigiano - come Claudio Pavone intitolasse un suo importante saggio Una guerra civile.
Una delle cause del ritardo storiografico che ha rallentato e rinviato a lungo la pacificazione nazionale è che allo stesso interno della storiografia dei vincitori ha prevalso un’unica fazione, quella comunista impostata da Luigi Longo e applicata dai saggi di Romano Battaglia e di Paolo Spriano. Così hanno avuto pochissima voce le altre anime della Resistenza, quella azionista, quella monarchica, quella cattolica e anche quella militare. Difatti viene pubblicato solo oggi un saggio importante (e una documentazione straordinaria) come quella raccolta dal filosofo e partigiano azionista Mario Dal Pra, La guerra partigiana in Italia, a cura di Dario Borso (Giunti, pagg. 336, euro 14,50). Un volume che era già pronto per la stampa sessant’anni fa.
Dal Pra era nato nel 1914 a Montecchio Maggiore (Vicenza) e morì a Milano nel 1992. Molti lo ricordano soprattutto per avere studiato sui suoi manuali di storia della filosofia per i licei, a partire dagli anni Sessanta, quando insegnava all’università Statale di Milano. Cattolico fervente, aveva studiato in seminario fino alla maturità, poi era stato ai vertici dell’Azione Cattolica vicentina e padovana. Nel 1979 dichiarò: «Sono stati i campi di sterminio, gli orrori dell’ultima guerra che mi hanno fatto perdere la fede. Mi sono detto: “Non è possibile che Dio permetta questo strazio dell’uomo”. È stato insomma il trionfo del male che ha fatto scolorire in me l’immagine di Dio, insinuando nella mia coscienza i primi dubbi sulla sua esistenza». Anche il suo approdo all’antifascismo militante fu tardivo, alla fine del 1942, ma deciso e attivo: il gruppo azionista veneto uscì allo scoperto dieci giorni prima del crollo del fascismo, il 15 luglio 1943, con il primo numero clandestino di Giustizia e Libertà. Il 29 marzo 1944 il tribunale Speciale per la Difesa dello Stato condannò Dal Pra, in contumacia, a 18 anni di reclusione per la sua «attività cospirativa» di «accanito antifascista» svolta soprattutto «attraverso la diffusione di opuscoli che venivano diffusi specie fra gli operai».
Il giovane filosofo era già nell’esecutivo del Partito d’Azione e nel luglio del 1944 venne nominato capo del servizio stampa al comando generale del Corpo Volontari della Libertà, l’organo di coordinamento delle formazioni partigiane, appena costituito. In questo ruolo raccolse le relazioni - in genere scritte dai comandanti o dai commissari politici - di ogni formazione, ordinandole sistematicamente e minutamente per zone geografiche e in sequenza cronologica. Da questo materiale nacque il volume pubblicato oggi, suddiviso in quattro capitoli: «Le origini della guerra partigiana», «Le bande (settembre 1943)», «Le battaglie invernali e gli inizi della militarizzazione del movimento partigiano (ottobre ’43-febbraio ’44)» e «I grandi rastrellamenti di primavera e le nuove basi del movimento partigiano (marzo-maggio ’44)».
Gianni Perona, attuale direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, nella «Presentazione» segnala che Dal Pra tende «ad anticipare le origini e a sopravvalutare la continuità del processo di politicizzazione della lotta armata», oltre che a dare scarsa considerazione alle ragioni dei civili - pro o contro - e tanto meno a quelle delle forze nemiche. Si tratta ancora, dunque, di una storia di parte, ma con la caratteristica di fornire l’interpretazione azionista, diversa da quella comunista di Longo e da quella militare di Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà. Se Longo affermò la propria visione della Resistenza come «popolo alla macchia», Dal Pra non esita a scrivere che - per esempio in Valtellina - «Contro pochi esempi di dirittura civile stava la massa inerte, quale si era rivelata durante il lungo periodo della dominazione fascista». L’intero testo, che certamente non sarebbe stato approvato da Longo, non piacque neanche a Cadorna: uno dei motivi di maggiore interesse del volume è costituito proprio dalle note che Cadorna scrisse sulle prime pagine del dattiloscritto, a dir poco polemiche, e che il curatore Dario Borso ha opportunamente riportato. Sono note piene di «Non è vero», «Inesatto», «Demagogia!», «Fantasia!», «Puerilità!», «Tutta poesia», punti interrogativi. Un esempio. Quando Dal Pra esalta il ruolo dell’antifascismo fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, Cadorna scrive: «È tutto da dimostrare. \ Se non ci fosse stata la rivolta dei gerarchi fascisti e la collaborazione dei capi militari, avremmo continuato la guerra fino al disastro estremo».
Nel novembre del 1948 Dal Pra venne nominato conservatore dell’Archivio Storico della Fondazione Corpo Volontari della Libertà, carica da cui si dimise due anni dopo lasciando a disposizione il dattiloscritto che - non a caso - viene pubblicato soltanto quasi sessant’anni dopo.
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