L’amarena Fabbri, multinazionale in utile da 100 anni

Paolo Stefanato

nostro inviato a Bologna

La sede bolognese della Fabbri, quella degli sciroppi e delle amarene, è una villa del primo Novecento sulla via Emilia, a Borgo Panigale. La presidenza è al primo piano, e in ampi scaffali è conservata una collezione di vasi di ceramica tanto variopinta da accendere gli occhi: decine e decine di imitazioni del simbolo della Casa, il contenitore di amarene nato su ispirazione degli antichi recipienti da farmacia. Fabio Fabbri, l’ottantacinquenne presidente della società, sussurra una notizia personale: «In questa stanza io ci sono nato». La casa fu comprata proprio nel 1920 da Romeo, figlio di Gennaro, un uomo col bernoccolo degli affari che nel 1905, un secolo fa, fondò la ditta come distilleria. L’abitazione nel tempo diventò fabbrica, la distilleria diventò azienda di frutta sciroppata, di sciroppi, di componenti per dolci e per gelati.
Cent’anni che, tra i tanti primati, hanno quello di una serie ininterrotta di bilanci in utile; la ricetta è quella delle più sensate imprese familiari, reinvestire costantemente i profitti, cercare di star lontani dalla banche, mai fare il passo più lungo della gamba, puntare sempre sulla qualità. La Fabbri appartiene tuttora al 100% agli eredi del fondatore. Al comando ci sono la terza e la quarta generazione; la proprietà è divisa tra i fratelli Fabio, Giorgio (amministratore delegato, 80 anni) e Stefano, e i figli (in tutto, dieci) di questi; la quinta generazione è alle alle porte, 19 ragazzi tra i 26 e i due anni. La ramificazione ha indotto, di recente, a costituire una holding familiare che controlla al 100% la società industriale, e a dettare delle regole per l’ingresso in azienda dei «nuovi» Fabbri: laurea e due anni di stage altrove. Entrerà solo chi è bravo.
La Fabbri è uno di quei casi esemplari di «piccole multinazionali» italiane, che grazie alla nicchia nella quale operano quasi non hanno rivali sui mercati. Fattura 55 milioni, una crescita costante senza strappi (e senza crisi). È presente in 70 Paesi, ha quattro filiali all’estero una delle quali, in Argentina, è il secondo polo produttivo dopo Bologna. Il catalogo elenca 1300 referenze diverse in due grandi famiglie di prodotti, che pesano pariteticamente sui conti: quelli per il consumatore finale, attraverso il canale dei supermercati, e quelli per il settore professionale, soprattutto ingredienti per gelateria e pasticceria. I clienti, in quest’area, hanno nomi grossi, da Unilever a Nestlè; sono Fabbri, anche se non lo sappiamo, gran parte di quelle variegature, di quelle salse sciroppose, granulature di nocciole e di frutta secca che troviamo in tante coppette gelato e in tanti prodotti di pasticceria. È in questo filone, in particolare, che un’azienda di spirito così tradizionale spinge sull’acceleratore della modernità, con ingenti investimenti per la ricerca di nuovi gusti, nuove ricette e nuove presentazioni: «Gli ingredienti - osserva Nicola Fabbri, figlio di Fabio e portavoce del consiglio di amministrazione - valgono quanto i colori per un pittore».
I gelati sono così importanti, per l’azienda, che negli uffici e negli stabilimenti c’è il divieto (non scritto) di lamentarsi per il caldo, d’estate: «Ci sventoliamo col sorriso sulle labbra». E dai gelati nasce anche la motivazione della presenza in Argentina, avviata dieci anni fa: laggiù fa caldo quando qui fa freddo, così estate e inverno si bilanciano. Dall’Argentina («Va benino dopo una crisi terribile», dichiara Nicola), dove si fabbricano soprattutto basi per gelato, ci si prepara a un’espansione in tutta l’America Latina anche con pasta frolla, cioccolato e sciroppi. Negli Stati Uniti si lavora sull’offerta di un prodotto pronto per le gelaterie artigiane, una polvere alla quale basta aggiungere il latte: l’obiettivo è affermare il gelato italiano nei coffee shop. Negli Usa, dove la Fabbri è presente dal 1968, si vendono bene, per esempio, gli sciroppi da aggiungere al caffè, qualcosa di lontano dal nostro gusto. La Fabbri è già presente in Cina, dove rifornisce tre gelaterie a Shanghai, e ha una presenza importante in Corea, «anche se in Asia è impegnativo affermare il consumo dei prodotti a base di latte», osserva Nicola, che aggiunge: «Abbiamo uno status privilegiato: siamo leader in segmenti molto piccoli». E questo fa intravedere grandi potenzialità di crescita, ovunque.
Il 75% del suo fatturato l’azienda lo fa comunque in Italia, dove di amarene di qualità è praticamente l’unico produttore, e dove nel dolce mercato degli sciroppi è leader con una quota del 40%, quando il primo concorrente è al 6% e non ha nemmeno una distribuzione nazionale. «Le nostre ricerche dicono che siamo conosciuti da 8 consumatori su dieci», sottolineano in azienda. E ciò grazie anche agli ingenti investimenti in marketing (5-6% dei ricavi) che dagli anni Sessanta, i gloriosi tempi di Carosello, hanno fatto entrare amarene, sciroppi (ma anche prodotti poi abbandonati ma memorabili, come il brandy «Gran Senior») nelle case di tutti gli italiani.