L’ambiente è in pericolo a dirlo ora sono gli uccelli

Negli ultimi sei anni le zone agricole italiane hanno perso oltre il 30 per cento della propria fauna avicola. È il risultato di una scorretta conservazione del territorio

Matthias A. Pfaender

«Se prendiamo gli uccelli come termometro per misurare lo stato di salute dell’ambiente, il risultato che otteniamo è allarmante: negli ultimi sei anni le zone agricole dell’Italia hanno perso oltre il 30 per cento della propria fauna avicola». Sono le dichiarazioni di Lorenzo Fornasari, presidente dell’associazione FaunaViva, alla presentazione dei risultati dei primi sei anni di attività del progetto Mito2000, sul monitoraggio degli uccelli nidificanti in Italia, che si è tenuta ieri a Milano. Coordinato dal Ciso (Centro italiano studi ornitologici), con la collaborazione di Lipu-BirdLife Italia, il programma di monitoraggio ha eseguito, nell’arco di sei anni, l’osservazione di 72 specie comuni di uccelli, riscontrando come quasi un terzo di esse mostri un significativo calo. Tra i volatili più a rischio anche animali tipici e rappresentativi del territorio italiano come la rondine, il cardellino e l’allodola. «Gli uccelli non sono solo un tesoro naturale da conservare - ha sottolineato Fornasari - ma anche un gruppo ricco e diversificato, che esprime in modo articolato e precoce i cambiamenti che avvengono nell’ambiente che ci circonda, anche quelli che determiniamo con i nostri comportamenti. I dati raccolti in questa prima fase del progetto non sono solo un segnale d’allarme che ci sprona ad attuare degli efficaci piani di conservazione delle specie - ha concluso - ma anche una chiara indicazione di come la gestione del territorio non segua criteri di sostenibilità.» «Particolarmente grave è la situazione della Pianura Padana, una delle aree biologicamente più importanti del Paese - ha spiegato Elisabetta De Carli, responsabile dell’elaborazione dati del progetto - dove la rarefazione degli uccelli ha raggiunto punte altissime, portando quasi a livello d’estinzione specie come lo strillozzo o l’averla capirossa». «Quando parliamo di conservazione della natura - ha illustrato Claudio Celada, direttore dell’Area conservazione natura della Lipu - non possiamo prestare attenzione solo alle specie rare. La diminuzione massiccia delle specie di uccelli nell’ambiente agricolo ci dicono come le politiche agricole portate avanti fino ad ora in base alle direttive europee non siano più sostenibili». «Il processo di massimizzazione della produttività agricola del territorio ha portato, oltre all’aumento dell’utilizzo di pesticidi e prodotti chimici, alla scomparsa di elementi come le siepi e i filari, o di zone non raccolte, che hanno sempre costituito risorse alimentari preziose per i volatili».