L’AMBIGUA GUERRA DI ROMANO PRODI

In un momento così drammatico, occorre essere chiari. Nessuno, e tanto meno un commentatore, possiede la ricetta giusta per affrontare adeguatamente la lotta al terrorismo che è globale, ideologico e nichilista. Tutte le strategie contro il nemico più insidioso dell'Occidente vanno messe alla prova dei fatti e quindi possono essere giudicate solo a posteriori. Credevamo tutti che la Gran Bretagna avesse il sistema di polizia e di intelligence più affidabile d'Europa, e invece a Londra è accaduto il peggio. Dobbiamo quindi essere prudenti nell'indicare soluzioni ed emettere giudizi.
Ciò premesso, ci pare che le considerazioni e le proposte del ministro dell'Interno siano state adeguate al momento. Pisanu non ha avanzato ricette salvifiche e non ha garantito una soluzione della questione antiterroristica. Non ha creato facili illusioni per compiacere questo o quello ma non ha neppure alimentato il panico e l'insicurezza che percorrono il nostro Paese. Il complesso di misure amministrative, finanziarie, legislative, giudiziarie e investigative che ha prospettato in Parlamento per rafforzare la sicurezza sembrano potere incidere sui vari fronti e controbattere il terrorismo islamista.
V'è tuttavia un punto dirimente da affrontare prima di soffermarsi sull'efficacia dei provvedimenti: è lo spirito con cui la nazione deve affrontare la prova del terrorismo. All'indomani dell'11 settembre gli americani si strinsero intorno al presidente Bush che poté così realizzare la sua strategia antiterroristica con il sostegno della pubblica opinione e l'approvazione del Congresso. Allo stesso modo il premier Blair ha registrato il consenso della popolazione britannica e ha proclamato con orgoglio, insieme alla regina, l'intangibilità del sistema di vita inglese. Non così è avvenuto in Spagna dove il terrorismo ha condizionato le elezioni portando alla vittoria Zapatero che aveva promesso il ritiro delle truppe dall'Irak.
A casa nostra l'orizzonte è molto più ambiguo e frastagliato. La sinistra, infatti, se pure con sfumature da quella graduale a quella massimalista, seguita a mescolare pretestuosamente la lotta al terrorismo in Italia con il ritiro delle truppe italiane dall'Irak.
Non c'è dubbio che terrorismo e Irak siano strettamente legati. Ma lo sono proprio nel senso contrario a quel che sostiene la sinistra. Nel senso che oggi, a Bagdad, si gioca la più importante partita contro il terrorismo, non minore di quelle in corso in Europa e in America. Se gli occidentali si ritirano dall'Irak sotto pressione delle azioni terroristiche nelle città occidentali, si lascerebbe campo libero al fondamentalismo islamico nichilista.
È perciò che la disponibilità al dialogo tra maggioranza e opposizione vale ben poco se il candidato della sinistra alla premiership, Romano Prodi, continua a praticare la reticenza e l'ambiguità per tenere insieme il centrosinistra condizionato dal radicalismo antiamericano. Dichiarazioni come «la guerra è stata un tragico errore» che ha aggravato il problema del terrorismo e il ritiro delle truppe italiane deve essere completato «a ritmo accelerato» significano in sostanza l'abdicazione in Italia al terrorismo.
Il più diffuso quotidiano nazionale ha pubblicato un allarmante sondaggio. Il 63% degli italiani ritiene che «quello terroristico non è un attacco alla cultura occidentale, ma una reazione talvolta giustificata talvolta no al modo con cui gli occidentali hanno trattato il mondo arabo». Ecco il risultato delle idee seminate dalla sinistra che tuttora costituiscono l'humus dietro cui si nasconde Prodi. Che l'intervento in Irak sia stato o no un errore, lo spirito di una nazione si misura dalla capacità di sapere rimanere fermi di fronte al nemico. Come insegna Tony Blair e l'Inghilterra tutta.
m.teodori@agora.it