L’amore di Ratzinger parla la lingua di Dante

Dal modo in cui le agenzie hanno annunciato la cosa, sembra che la notizia sia questa: che Benedetto XVI, presentando oggi la sua Enciclica «Deus Caritas est», si sia ispirato a Dante. O, più precisamente, che abbia voluto esprimere, nelle cinquanta pagine del suo testo, la stessa idea di amore che informa il poema dantesco. Lo scrittore - in questo caso il sottoscritto - è chiamato al commento. Il Papa ha valorizzato la poesia, quindi la letteratura, quindi la mia categoria. Lo scrittore loda il Papa per questo, si sente valorizzato.
Dio mio. Ma è così evidente che la questione è completamente diversa. Volete che Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, non abbia mai letto Dante? Vi sorprende che l'allievo di von Balthasar, il grande teologo dell'estetica teologica (che a Dante dedicò un saggio fondamentale, incluso nel volume Stili laicali), citi Dante a memoria?
Saremmo sciocchi a pensare questo. Forse è più interessante il fatto che Benedetto XVI conosca Dante così come lo conoscevano i miei due nonni, nessuno dei quali aveva frequentato altro che le scuole elementari. Uno dei due faceva il mugnaio, l'altro lavorava di notte alle poste.
Benedetto XVI conosce Dante così come lo conosceva il popolo: con maggiori strumenti critici, ma con lo stesso amore e con la stessa adesione cordiale. Mio nonno (quello che lavorava alle poste) commentò le mie prime velleità letterarie con i versi di Purgatorio, XI: per incoraggiarmi ma anche per ricordarmi che «non è il mondan romor altro ch'un fiato/ di vento».
Nelle parole di Dante il popolo trovava saggezza e bellezza, senza disgiungere le due cose. Trovava parole che esprimevano al meglio i sentimenti, i drammi e la speranza di ogni giorno, e non è detto che sapesse gustare la bellezza dei suoi versi meno di un odierno critico o italianista. Anzi.
La distinzione tra cultura «alta» e cultura «bassa» fu introdotta molto tempo dopo Dante, e per secoli non ebbe fortuna al difuori dei circoli colti e di tutti quelli che, allora come oggi, usavano la cultura soprattutto per darsi un tono.
Certo, ora che il popolo - quel popolo che io ho conosciuto, e che conosceva Dante anche se era fatto di ciabattini, mugnai, impiegati postali, verdurai, contadini - non esiste quasi più, è facile separare Dante dalle sue parole, considerare la sublimità inarrivabile del poeta senza doversi confrontare con il contenuto delle sue parole, come viceversa facevano i miei nonni, e come fa Papa Ratzinger.
L'enciclica «Deus Caritas est», nella sua considerazione globale dell'amore (solo un'abissale ignoranza può far supporre che la Chiesa condanni l'amore naturale e quello fisico, sarebbe come dire che la Divina Commedia l'ha scritta Petrarca), accetta di fare quello che un tempo era usuale: Dante ha pur detto qualcosa, la sua concezione dell'amore non appartiene solo al limbo della poesia, ma all'inferno (e al paradiso, certo) della vita, e si contrappone ad altre concezioni, a cominciare dal Petrarca.
La novità non è, dunque, che il Papa si ispiri a Dante né tantomeno che citi Dante, ma che proponga le sue parole, dopo averle fatte proprie, come parole vere.
Per troppo tempo la nostra cultura ha pensato di conservare i suoi artisti prescindendo dalla realtà delle loro parole e del loro pensiero. Per questo la nostra cultura sta per essere inghiottita in una lunghissima notte.
Benedetto XVI non solo cita Dante, ma ci esorta a fare quello che dice, affinché la nostra vita sia migliore. Con questo gesto, il Papa si pone alla radice di quel popolo che si è espresso attraverso Dante.
Forse, ha già visto che quella radice ha dato nuovi germogli.