L’analisi Le anime di Israele divise anche nel giorno di Ratzinger

Hilula, in ebraico significa kermes, happening sacro (la radice è la stessa di Halleluia). In Israele tre hilula hanno coinciso trasformando la visita del Papa in uno specchio delle molte identità di una nazione legata ad una terra troppo povera di spazio e troppo piena di storia e religione. La hilula di Benedetto XVI incomincia all'aeroporto Ben Gurion in presenza del presidente Peres e del premier Netanyahu sullo sfondo simbolico di pace dell'aereo giordano che ha portato il Pontefice da Amman. Scambio previsto di messaggi di benvenuto, coesistenza, denuncia dell'antisemitismo e della violenza. Un messaggio non meno significativo viene dal confronto fra il protocollo israeliano e giordano. In Giordania, con l'aiuto di una bella regina, c'era l'elegante sicurezza di due monarchie. Una discendente da Maometto; l'altra da Pietro. Si è concesso ad un principe beduino di ricordare, senza offendere, l'affronto fatto all'islam dal Pontefice nel suo discorso a Ratisbona e onorarlo entrando calzato nella moschea per non obbligarlo a togliersi le sue.
In Israele, invece il protocollo - dal cattivo latino di Peres, alla artificialità del ricevimento nella sua residenza - contrastava con la precisione cronometrica dei picchetti d'onore e l'orgoglio tecnologico di una bibbia incisa su un grano di silicio e lo sviluppo di un frumento nuovo che porterà il nome del Papa. Dall'elicottero il pontefice avrà visto le strade deserte per motivi di sicurezza, ma non la sua effigie stracciata sui pannelli di benvenuto lungo la strada da Tel Aviv o l'assenza, nel giardino presidenziale, fra gli israeliani «che contano», della maggioranza dei deputati in protesta al passato militare tedesco del pontefice, alle sue condanne per l'operazione di Gaza, o all'uso dei preservativi. Né ha fatto caso alla domanda presentata da un avvocato alla Corte Suprema per chiedere al pontefice di Roma la restituzione degli oggetti sacri strappati dall'imperatore Tito al Tempio di Gerusalemme e sospettati di essere nascosti nelle cantine della Santa Sede. Di gente immaginativa e ignorante come questo avvocato doveva essercene nella folla che ieri si ammassava a Meron in Galilea nell'anniversario della ordinazione a rabbino - o della sua uscita dalla grotta dove si era nascosto per 13 anni per sfuggire ai romani - di Simeon bar Yochai, mistico leggendario ispiratore della Cabala.
Indifferenti al significato della visita del Papa e della rivoluzionaria anche se ancora incompleta trasformazione della Chiesa nei confronti degli ebrei, non si rendevano conto della enorme differenza che passava fra il gelido primo pellegrinaggio papale di Paolo VI nel 1964 e quello imbarazzato ma sincero di Benedetto XVI, passando per la domanda di perdono di Papa Vojtyla. La hilula di Meron esprimeva con passione mistica (anche se venata di feticismo con l'accensione di falò in tutto il paese) il ritrovato interesse per la scienza segreta e divina della Cabala che tanto aveva affascinato Pico della Mirandola e oggi persino in chiave New Age attira non ebrei come Madonna.
C'era infine la terza hilula, quella della banda pop britannica Depth Mode, che ieri notte ha tenuto inchiodati per terra nel parco di Tel Aviv 70 mila giovani israeliani affascinati dai suoi ritmi "pagani".
Cosa unisce questi tre eventi? Che cosa diranno i 1000 giornalisti venuti da tutte le parti del mondo in occasione del pellegrinaggio del Papa in merito alle anime cosi diverse del popolo israeliano nella sua terra? Certo, un bisogno di pace e normalità, di sicurezza. Ma anche di dare una risposta ad una unicità che al tempo stesso lo minaccia ma non gli permette di scomparire.