L’analisi Lo stupratore, un primitivo eccitato dalla paura delle vittime

Considerare lo stupro un gesto di contenuto sessuale, pare quasi un ossimoro. Cioè una di quelle figure retoriche di cui una parola nega l'altra. Come può esistere un sesso violento quando l'eros ci appare naturalmente libero, tenero e intimamente complice? In altre parole, quale scintilla di eccitazione può alimentarsi nella mente deforme dello stupratore di fronte a una vittima che anziché ricambiare desiderio con desiderio esprime solo paura, terrore, disgusto? Un primo livello di risposta sta in quelle zone bestiali che si annidano nelle profondità della mente. Sotto lo strato dell'anima capace di emozionarsi per un profumo, uno sguardo, un poema e una sinfonia, c’è una zona arcaica del cervello che, non a caso, i fisiologi chiamano «rettiliana»: quella che condividiamo con le iguana e i coccodrilli, violenti quando sono affamati, ma anche quando si devono riprodurre.
Dal punto di vista dell'evoluzione non è del tutto inspiegabile. Pensate se la natura o il Creatore (per chi ci crede) avesse affidato a una funzione capricciosa come la ragione o come il sentimento, la pulsione elementare da cui dipende il fattore fondamentale della vita, che è la sua trasmissione per via sessuale. Il sesso è qualcosa di anche arcaico, profondo e, diciamo così tellurico come un uragano. Questo aspetto oscuro si esalta poi quando nell'animo prevalgono stati come la violenza o la paura. La storia ci insegna che assedi sanguinosi e battaglie sono seguiti da stupri di massa e che la storia delle tribù umane, dal Ratto delle Sabine in avanti, è costellata di violenze piuttosto che di amabili incontri, fino agli orrori degli stupri etnici nella Bosnia di un decennio fa. Vi inorridirà forse sapere che, proprio in questa circostanza, i ginecologi sono rimasti allibiti nel constatare la potenza fecondativa di un sesso violento assai significativamente più elevata di quello tenero e consenziente. Evidentemente, qualche cosa di animalesco e mostruoso si smuove come se una specie di «giurassico» riemergesse nel presente.
Lo stupratore patologico è, nella stragrande maggioranza dei casi, uno psicopatico con un marcato disturbo di personalità, delle emozioni e dell'affettività. Si comporta come un osceno lucertolone, perché menomato nella possibilità di identificarsi e rispecchiarsi nelle emozioni della partner. È il grido di paura che lo eccita perché ha bisogno di sentire l'altra ridotta a puro oggetto di possesso. Anzi, l'idea di poter rispecchiarsi in una relazione tra persone autonomamente desideranti lo terrorizza. C'è in lui una soglia di arresto, di blocco e di fissazione nella sfera delle emozioni, frutto spesso di traumi infantili o di arresti dello sviluppo. Tecniche piuttosto efficaci insegnate alle potenziali vittime dimostrano che forme di comunicazione paradossale, come deriderlo o stabilire tentativi di dialogo adulto, possono smontarne la fragilissima erezione. La bestia possiede solo perché sbrana. Non può accettare di essere fatto oggetto del giudizio, dell'attenzione o della comunicazione altrui. Per questo può agire soltanto, o per lo più, mascherato nell'ombra. Per contro un embrione di scienza psichiatrico-forense ha studiato l'orrore dello stupro con una disciplina pomposamente definita «vittimologia». Cioè lo studio delle caratteristiche psichiche, personali e fisiche delle vittime potenziali designate. Vittime ideali sono ovviamente tutte quelle più vulnerabili, come i bambini e le bambine che, per la loro stessa naturale fragilità, abbassano l'ansia da prestazione del mostro. La pedofilia è sempre uno stupro, anche quando appare consenziente, proprio perché il tasso di libero arbitrio che spaventa per definizione lo stupratore è comunque basso nella vittima. Altre vittime ideali sono quelle paralizzate e mute per il terrore. Anche se gridare non sempre è risolutivo (spesso comunque utile) perché può spingere a ulteriori radicalizzazioni della violenza lesiva. L'eccitazione dello stupratore è adrenalinica, come quella dell'assassino seriale. Entrambe sono sadiche perché aspirano alla massima impotenza della preda.
Esaudito il macabro rituale, non è infrequente che lo stupratore cerchi il consenso e persino la complicità della vittima, magari chiedendo comprensione e ascolto. A quel punto, l'ansia anticipatoria è stata placcata dallo scarico sessuale e la sua mente malata, può in qualche caso ricercare nella vittima elementi di identificazione e di ascolto. Avviene soprattutto nei casi di quegli stupratori che cominciano a sviluppare spunti di autocritica, anche se non sempre salvifici, sensi di colpa. Nella storia dello stupratore c'è frequentemente la presenza di elementi di abuso infantile o quella classica ferita dei bambini non amati, a cui è mancata l'educazione sentimentale minima che ci rende umani. Non è affatto una giustificazione, ma serve per lo meno a capire che le castrazioni chimiche non sono risolutive.