L’ANTIFASCISMO ANTIDEMOCRATICO

Gianfranco Fini chiede ai giovani di Alleanza Nazionale di aderire ai valori dell’antifascismo e di identificarsi con la Resistenza e non con l’Rsi. Però bisogna ammettere che vi sono due antifascismi: quello democratico e quello rivoluzionario. Per uno l’obiettivo dell’antifascismo sono la democrazia e la libertà, l’antifascismo è un mezzo storico per lottare contro il fascismo sinché esiste il regime fascista. È quello che indicò Benedetto Croce quando definì il fascismo una «parentesi» della storia italiana, cioè qualcosa che aveva un inizio e un termine, che apparteneva alla storia e non alle essenze, poteva finire come era cominciato. E di fatti il fascismo finì nel consenso del popolo italiano: senza violenze il 25 luglio del ’43, con drammatiche violenze da allora sino al ’46. La corrente democratica, cristiana e liberale della Resistenza pensava che l’antifascismo finisse con la fine del regime e che, anche se gli italiani avevano subito il fascismo (che fu il frutto di un colpo di Stato della monarchia, non di un voto degli elettori), non dovevano perciò diventare antifascisti ma diventare democratici. E la stessa evoluzione del Msi dimostrò questo fatto. Ma vi è un altro antifascismo: quello che lo vede come principio non di un cambiamento di regime politico ma come la lotta perenne contro un male oscuro che incide sulla realtà storica dell'Occidente.
Il primo antifascismo non chiede una conversione, chiede un’accettazione dell’evidenza politica. Democrazia e libertà sono gli unici valori in cui l’Occidente possa riconoscersi. L’Italia è una società occidentale in cui la libertà e la democrazia sono le uniche forme politiche in cui si possano trovare delle verità. Nell’altro antifascismo invece esiste una concezione di un pericolo occulto per la democrazia che risiede nell’essenza dell’Occidente e vuole sempre emergere. Sicché il vincolo etico non va alla democrazia e alla libertà ma va a un valore diverso da esse: il rifiuto di un male oscuro che non ha mai termine e rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Era quello che il partito d’azione nella Resistenza esprimeva indicando il fascismo come essenza della società italiana, come rivelatore della cultura nazionale.
La storia della Repubblica è la storia di questo antifascismo, che esiste prima nel Pci per cui la democrazia e la Resistenza sono incompiute senza l’evento della rivoluzione allora in forma sovietica definita. Dopo il ’68 l'idea del nemico oscuro e del fascismo latente nella società prende forma e non è più l’Msi o lo è solo in parte. Adriano Sofri ha descritto bene questo sentimento quando ha detto che ognuno si sentiva in guerra in qualche modo contro l’altro e che per questo l’assassinio di Calabresi non fu un atto di terrorismo ma una legittima risposta alla morte di Pinelli. Il male oscuro è nell’aria e solo la sinistra, o una parte di essa, se ne professa indenne. L’antifascismo qui muta natura, ne viene l’idea che la democrazia è apparenza, la libertà illusione e che la lotta è tra bene e male. Questo antifascismo è più della democrazia, è oltre la democrazia. È, in sostanza, esso stesso un fenomeno antidemocratico: designa, esso sì, un nemico assoluto perché indefinito e indefinibile, multiforme e sempre rinascente.
Non possiamo spiegare la distruzione dei partiti democratici antifascisti della prima Repubblica di cui Di Pietro fu l’esemplare esecutore se non come l’affermazione che la democrazia è apparente e la politica è corruzione. È singolare che queste accuse sono state sempre gli strumenti dei fascismi contro la democrazia: di qui l’ambiguità radicale di Di Pietro che, come i fascismi storici, è un combinato di destra e di sinistra. Dopo la discesa di Berlusconi in campo, il concetto del fascismo oscuro, del «caimano» venne applicato a lui da una letteratura mondiale. Fu l’unico caso dell’Italia politica che fece notizia nel mondo con Berlusconi come simbolo di chi era «inadatto» a governare il Paese.
Il termine «destra», che Fini usa giustamente in senso positivo, è usato anche dalla cultura italiana, anche non di sinistra ma come termine negativo: la destra, perché non sinistra, è già democrazia dubbia. Di un linguaggio di destra democratico italiano vi è certamente bisogno, visto che l’unico linguaggio di destra è parlato dalla Lega in nome della Padania. Se la destra dovrà dare un contributo al Popolo della libertà nei suoi dirigenti, essi devono sapere che anch’essi, ove entrassero in rotta di collisione con la sinistra, sarebbero accusati di essere ancora fascisti. Come credo accada ai giovani di Alleanza Nazionale a cui Fini si è rivolto. Già da oggi la vittoria del centrodestra è vista dagli intellettuali di sinistra, maestro Eugenio Scalfari, come una regressione del Paese.
Gianni Baget Bozzo
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