L’antisbirro cresciuto alla scuola di Falcone e De Gennaro

A Palermo ha collaborato a importanti colpi contro Cosa nostra. Sui pentiti disse: "Sono necessari ma non devono essere una scorciatoia"

Roma - Appena quarantenne, Antonio Manganelli era già direttore del Servizio centrale operativo della Criminalpol, struttura centralizzata per le indagini collegata alla Direzione investigativa antimafia che tenne a battesimo proprio Gianni De Gennaro nel 1991. Un’esperienza fondamentale fatta durante gli anni delle stragi, che lo portò sette anni dopo questore a Palermo. Da lì nel 1999 a Napoli. Poi al Viminale al vertice della Criminalpol e vice di De Gennaro, diventato intanto capo della Polizia. L’atteso incarico di oggi corona una carriera in continua ascesa, fuori da qualunque polemica anche quando fu il responsabile, nel 1996, del servizio protezione dei pentiti, e in quel periodo sosteneva che bisognava separare la funzione del servizio da quello dei magistrati e degli investigatori che potevano usare i pentiti per le inchieste.La sua parola d’ordine è sempre stata «indagini, verifiche e rigore» prima di ogni cosa, condividendo la tesi dell’attuale procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso: «I pentiti sono necessari ma non devono essere una scorciatoia per le indagini», ha sempre sostenuto.

Attraverso la vita professionale di Manganelli si potrebbe ricostruire la storia della repressione delle organizzazioni criminali d’Italia. Non ha certo l’aria dello «sbirro» ma piuttosto del poliziotto «new-deal». Nessuno lo immagina con la pistola in pugno ma tutti sanno che passa buona parte della sua giornata a metter insieme indizi, ricostruire percorsi per capire i movimenti della criminalità organizzata. Nel 1983, già laureato e già poliziotto in Toscana (è nato ad Avellino) dove si occupava di sequestri, si specializzò in Criminologia clinica a indirizzo socio-psicologico. Non a caso una delle prime iniziative al suo arrivo al palazzo della Criminalpol all’Eur fu quella di ristrutturare e rendere efficiente la polizia scientifica, rendendola capace di rintracciare le impronte di milioni di schedati e ricostruire così antichi e irrisolti delitti.

Ma per lui la vera scuola furono gli anni passati con Falcone e De Gennaro quando insieme misero a segno i primi colpi decisivi contro la mafia. «Gli anni palermitani sono stati indimenticabili» dice a tutti i dibattiti dove viene invitato per discutere di mafia e di criminalità organizzata. Nel suo carnet gli arresti di capi di Cosa Nostra come Piddu Madonia, Nitto Santapaola, Pietro Vernengo, il pentimento di boss di primo livello come Marino Mannoia (il pentito che continua a vivere negli Usa gestito dagli americani), e poi Leonardo Messina, Totuccio Contorno, Antonio Calderone. Si è trovato a inseguire, prima a Palermo e poi a Napoli, l’altro grande poliziotto italiano Arnaldo La Barbera. Per sua fortuna non lo seguì a Genova durante il G8, rimanendo così fuori dalle accuse e dalle polemiche di quei giorni. Anche sulla sicurezza ha le idee chiare. «Oggi c’è una nuova consapevolezza nei cittadini che si considerano «utenti» della sicurezza e pretendono dalla Polizia e dallo Stato maggiore attenzione alla quotidianeità di ognuno», è una delle sue affermazioni più frequenti. Da oggi la sicurezza degli italiani è (anche) nelle sue mani.