L’antisemitismo fascista? Era nelle coscienze degli italiani

Nel suo nuovo saggio - Il fascismo e la razza. La scienza italiana a le politiche razziali del regime (il Mulino, pagg. 444, euro 29) – Giorgio Israel dà la mazzata finale alle residue speranze che gli italiani, nel 1938 e negli anni successivi, non siano stati razzisti. A lungo, e tuttora, si è tentato di spiegare quel razzismo «come una manifestazione dell’odio di classe (...) un “fenomeno secondario” che aveva poco a che vedere con quello nazista, perché il fascismo discriminava, non perseguitava». Prova ne sia, prosegue Israel, che dopo la guerra molti degli «autori dei misfatti razziali e quanti si erano compromessi furono assolti con grande generosità. Furono loro restituite le posizioni di potere di cui avevano goduto negli anni del fascismo». E non solo dal potere democristiano.
È vero, non abbiamo avuto Auschtwitz, ma «essere cacciati dal posto di lavoro per motivi di razza» non era un gioco di società, come sottolinea Israel. Il quale fornisce una documentazione minuziosa e radicale di come in tutte le attività del regime e del Regno d’Italia, scienziati, burocrati e impiegati, commercianti e militari, gerarchi e intellettuali abbiano applicato – in maggioranza e con tranquilla coscienza - leggi che oggi appaiono inaccettabili.
Un esempio che mi ha colpito direttamente è quello di Giuseppe Bottai, personaggio che studio da quarant’anni. La prima edizione del mio libro, del 1976, si intitolava Giuseppe Bottai, un fascista critico, perché in quell’epoca un fascista intelligente, fattivo e onesto non poteva che essere «critico»; la seconda, del 1996, si chiamò Giuseppe Bottai, fascista, a testimoniare che un simile, positivo personaggio, poteva anche essere fascista; la terza, che sta per uscire, si chiamerà semplicemente Giuseppe Bottai, perché il gerarca e intellettuale si è ormai conquistato un posto nella storia d’Italia ben al di là del suo essere fascista.
Insisto su Bottai perché il libro di Israel lo sottopone a una disamina spietata, sottolineandone ogni mossa, come ministro dell’Educazione nazionale, per epurare quanto di ebraico ci fosse nella scuola, nell’università e nella cultura italiana. L’eccellente, ineccepibile lavoro di Israel ha finito per confortare la mia idea sul comportamento di Bottai e degli italiani durante le leggi razziali fasciste. Soprattutto sui motivi profondi – quasi ancestrali - di quel comportamento. Quanto al gerarca fascista sarebbe ancora facile dimostrare quanto l’antisemitismo fosse culturalmente lontano dalla concezione di vita di Bottai: e che la sua visione del mondo non si sposava affatto con le azioni intraprese per quella battaglia. Sarebbe anche facile evidenziare quanto la sua rivista Critica fascista ospitasse le più canzonatorie ironie verso chi auspicava già dalla metà degli anni Trenta l’istituzione di un razzismo italiano. Ma ciò non basta, né è utile una specie di inchiesta difensiva.
Può essere un attenuante il fatto che lo zelo dimostrato contro gli ebrei dal ministero fosse paradossalmente motivato, anzitutto, dall’efficientismo di Bottai? Varate in estate, le leggi razziali dovevano essere applicate subito per avviare un anno scolastico in regola con le nuove norme. Di certo, la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani si allineò alla politica razziale con una solerzia che sfiorò la più ottusa e adulatoria abnegazione; che fu proprio la classe culturale la più pronta a aderirvi con un’acquiescenza che si valeva di appigli ideologici, ancorché variegati e fumosi.
Lo stesso Israel dimostra che gran parte del mondo scientifico – dall’eugenetica all’antropologia alla demografia – contribuì in modo attivo alla politica razziale, con impegno di studi, teorie e iniziative. Il problema, insomma, investe tutta l’intellettualità e la storia italiana. Inoltre, l’antisemitismo in salsa italiana finiva per contagiare proprio quegli ambienti, ammalati di antiborghesismo a tutti i costi, che attribuivano all’ebreo - più che tare biologiche - le tendenze più spregevoli del conservatorismo sociale e dell’egoistica, parassitaria difesa di ricchezze e privilegi atavici.
È comunque attribuibile a Bottai la responsabilità di provvedimenti, alcune volte accettati pedissequamente dall’alto altre sollecitati in prima persona. Basti pensare al censimento da lui disposto nel secondo semestre del 1938, per accertare la razza dei membri che popolavano accademie e istituti di cultura. Iniziativa, tanto per cambiare, accolta per lo più con zelante spirito di collaborazione, se è vero che a dissociarsene pubblicamente fu il solo Benedetto Croce. Di questo e di altro, Bottai – a cose fatte – ebbe piena percezione. Lo dice la sua stessa esperienza biografica: quella di un uomo che sentì il bisogno di emendarsi delle sue responsabilità, non mistificandole ma affrontando il doloroso confronto con la sua coscienza. Gli anni della Legione Straniera, dal ’44 al ’48, si spiegano proprio con questo onesto desiderio di un duro lavacro di se stesso.
Quanto a una storia più generale, è sbagliato credere, come accade spesso, che il regime fascista abbia emanato le leggi razziali per un passivo scimmiottamento della Germania. Certo, l’esempio tedesco servi da stimolo, ma Mussolini aveva – fin dalla nascita del regime – obiettivi precisi, ben prima che anche Hitler conquistasse il potere. Il principale era la trasformazione degli italiani: ovvero farne un popolo guerriero, con un alto senso dello Stato e della collettività, orgoglioso e fiero di sé e del proprio Paese. In questo quadro si inserisce anche la lotta alla borghesia che – se aveva portato il duce al potere – non si dimostrava abbastanza sensibile verso la figura di quell’«italiano nuovo», duro, combattente, che si voleva formare. Proprio nel 1938, lo stesso anno delle leggi razziali, Mussolini comunicò al Consiglio Nazionale del partito di avere «individuato un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome borghesia». In seguito avrebbe dato questa definizione: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile». Le leggi razziali, più a che perseguitare l’esigua minoranza ebraica, miravano a formare negli italiani uno spirito da razza guerriera, dominante e inflessibile. I giovani furono affascinati soprattutto dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei “puri” e dei “forti”, infatti potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. Non furono pochi gli italiani a esercitarsi nell’ignobile arte della denuncia di ebrei; né è consolatorio che lo facessero più per motivi di invidia sociale o di concorrenza commerciale che per vero razzismo.
Va da sé che tutto ciò non allevia, casomai rende più grave, l’applicazione delle leggi. Né consola che la Chiesa di allora, a differenza di quella di oggi, continuasse a ritenere l’intero popolo ebraico «deicida». Un elemento che contribuì alla passività della legislazione razziale fu l’atteggiamento del Vaticano. A partire dal ’38 molte testate razziste riproposero integralmente vecchi e recenti articoli antisemiti della Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti, e Roberto Farinacci poté dire, in un discorso: «Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli (...) Noi non possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i millenni».
Erano stati i papi, secoli prima a costringere le comunità ebraiche nei ghetti, e obbligarle a portare segni infamanti, a limitare la loro possibilità di guadagno a lavori che avrebbero suscitato disprezzo verso di loro, come il prestito a usura o la raccolta di stracci. Per secoli i papi avevano mantenuto un rito consistente nel dare un pubblico calcio (neanche tanto simbolico) a un rappresentante della comunità ebraica. E solo molti anni dopo le leggi razziali, e il fascismo, è stata eliminata dal messale l’espressione «perfidi giudei».
La Chiesa si oppose alla politica antiebraica esclusivamente quando ledeva il suo ambito di azione, ovvero quando impedì il matrimonio – cristiano – fra un cattolico e un ebreo. Difese, cioè, i proprio diritti, non quelli dell’essere umano, e tanto meno quelli degli ebrei.
Conclusione: un razzismo di fondo era sedimentato nella coscienza del popolo italiano.
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