L’apertura del cardinale: «Sì all’ora di Islam»

Andrea Tornielli

da Roma

Il Corano insegnato a scuola? «Non vedo perché no». Parola del cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace. Il porporato, intervenuto ieri mattina a un convegno del centro culturale San Luigi di Francia, ha risposto così ai microfoni del Tg2. «Se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare loro la religione». «Questo - ha aggiunto - è il rispetto dell’essere umano, un rispetto che non deve essere selezionato». Se prima di permettere l’ora di religione islamica nelle scuole attendessimo la reciprocità, vale a dire che ciò avvenga anche nei Paesi musulmani dove vivono minoranze cristiane, «allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità». «Ma l’Europa, l’Italia - ha concluso Martino - sono arrivati a livelli di democrazia e rispetto dell’altro che non può fare marcia indietro. Se quindi ci sono persone di altra religione nella realtà italiana, bisogna rispettarle nella loro identità culturale e religiosa».
Fin qui le parole del cardinale. La questione, più che il Vaticano, riguarderebbe in realtà la Conferenza episcopale italiana, che sull’argomento non si è espressa. A livello di principio la possibilità per gli studenti musulmani di poter frequentare un’ora di religione durante la quale venga insegnato il loro credo, è in linea con il diritto alla libertà religiosa. Negli ambienti della Cei si sottolinea però che la religione cattolica viene insegnata nelle scuole sulla base di un Concordato perché il cattolicesimo appartiene alla cultura del popolo italiano. Il problema è sia quello del soggetto con il quale lo Stato eventualmente stipulerà delle intese, che dovrebbe essere rappresentativo della realtà islamica in Italia, sia quello della formazione degli insegnanti. Una cautela che si riflette nelle parole del cardinale Dionigi Tettamanzi: «Nella scuola pubblica lo Stato italiano ha preso un impegno con la Chiesa Cattolica attraverso il Concordato ed è stato necessario un lungo percorso, è dunque sempre necessario un passo dopo l’altro». «La libertà religiosa è la libertà più grande per ogni uomo - ha aggiunto - e questa libertà comprende la libertà di professare la propria fede e anche la libertà di insegnarla».
«Se nelle classi ci sono studenti musulmani in numero sufficiente, non vedo nulla in contrario all’istituzione dell’ora di religione islamica», ha detto il vescovo di Civitavecchia Girolamo Grillo. Mentre più cautela esprime il vescovo di Como Alessandro Maggiolini, che al Giornale dice: «È certamente necessaria la consistenza numerica paragonata agli altri alunni, ma c’è un altro aspetto da tenere ben presente. La religione cattolica ha avuto un ruolo importante nella storia del nostro Paese e ha influito nella sua cultura. Dunque ci sono motivazioni precise che hanno portato al suo insegnamento nelle scuole». «Educando i ragazzi all’Islam moderato si lavora, in prospettiva, per arginare il fenomeno del fondamentalismo», ha commentato invece padre Justo Lacunza Balda, rettore del Pontificio Istituto di Studi Arabi ed Islamistica. Contrarissimo don Gianni Baget Bozzo, che parla di «proposta irrealistica»: «Mi meraviglia – ha detto - che il cardinale Martino sappia così poco dell’Islam. Il Corano non può essere insegnato dallo Stato laico, sarebbe come, per fare un esempio, se lo Stato provvedesse alla comunione, per noi cattolici».
L’apertura del cardinale Martino è stata applaudita dall’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, l’unico soggetto presente nella Consulta presieduta dal ministro Pisanu ad aver presentato la richiesta dell’ora di religione musulmana. Ma dal mondo dell’Islam italiano si levano anche altre voci: Sergio Yahe Pallavicini, della Comunità religiosa islamica italiana (Coreis), considera quello del cardinale un gesto significativo, anche se afferma di preferire l’insegnamento della storia delle religioni, «per evitare qualsiasi separazione in classi confessionali». Della stessa opinione è anche Mario Scialoja, della Lega musulmana mondiale.