L’Archivio segreto vaticano ci apre i suoi bunker «Dan Brown? Mai entrato»

La lettera, protocollo 1354-00317229, reca la data 23 febbraio 1942. A rivolgersi al Vaticano è un ragazzo di 19 anni: «Spettabile Ufficio, trovandosi mio padre il maggiore di fanteria Carlo Alberto Pasolini (di Argobasto, nato a Bologna il 26-6-1892) a Gondar, il giorno della caduta di codesta città, e non avendo noi ricevuto notizie da parte sua, fin da quattro giorni innanzi tale caduta, mi sono rivolto a Voi per ottenere, attraverso Vostre ricerche, notizie il più presto possibile. Ossequi». Firmato: «Pier Paolo Pasolini». Segue indirizzo: «Via Nosadella 48 - Bologna». L’anno seguente il futuro scrittore finirà a sua volta arruolato.
Quando Luca Carboni (che non è il cantautore) decide di esibire un documento originale, ci riesce sempre. «Vuole la prova che Pio XII durante la seconda guerra mondiale aiutò tutti, ma proprio tutti?». Compulsa un volume, poi alza la cornetta del telefono: «Per favore, mi porti la 531 dell’Ufficio informazioni». Pochi minuti ed ecco materializzarsi sulla sua scrivania una cartellina giallognola: «Segreteria di Stato di Sua Santità». Dentro, la lettera autografa con cui Adelaide Dorè «si pregia chiedere che suo figlio Pintor Luigi del fu Giuseppe, nato a Roma il 18 settembre 1925, sia chiamato a prestare l’opera sua in cotesto Ufficio Informazioni; e devotamente ringrazia». Desiderio esaudito il 20 febbraio 1944. La vedova aveva appena perso il primogenito Giaime, straziato da una mina durante una missione partigiana. Nel fascicolo c’è una seconda lettera in cui Silvia Pintor ringrazia la Santa Sede per l’assunzione del fratello comunista, che 25 anni dopo sarà tra i fondatori del Manifesto. E una terza lettera in cui lo zio Fortunato Pintor, con grafia minuta, testimonia: «Durante molti anni passati in uffici pubblici, mai ho visto un interessamento così fervido e illuminato. C’era da togliere un ragazzo al tormento di dover schierarsi contro una causa alla quale suo fratello ha sacrificato la vita; e da conservare almeno un figlio alla sventurata madre. Vostra Eccellenza questo ha fatto, superando difficoltà per altri insormontabili».
È privilegio solo degli uomini lasciare una traccia scritta del loro passaggio terreno. Carboni, segretario generale dell’Archivio segreto vaticano, custodisce il mazzo di chiavi che spalanca le porte su 1.200 anni di storia. Santi e peccatori, credenti e atei, pontefici e sagrestani, ortodossi ed eretici, imperatori e vassalli, re e straccioni, crociati e maomettani, artisti sublimi e poveri sconosciuti, presidenti democratici e dittatori feroci sopravvivono a se stessi in queste stanze blindate e inaccessibili. Ecco la pergamena, lunga 60 metri, del processo istruito da Clemente V che nel 1312 contribuirà allo scioglimento dell’Ordine dei Templari. Ecco una supplica di Francesco Petrarca a Clemente VI per ottenere vari benefici per sé, per gli amici e per il chierico Iohannis Petracchi, suo figlio illegittimo. Ecco la dispensa papale di Innocenzo VI a Giovanni Boccaccio per accedere agli ordini minori dopo una vita dissoluta. Ecco una lettera autografa indirizzata ad Alessandro VI da Lucrezia Borgia, la figlia che il pontefice ebbe da Vannozza Cattanei quando ancora era cardinale. Ecco le bolle di condanna e scomunica di Martin Lutero. Ecco gli intrallazzi di Enrico VIII per ripudiare la moglie Caterina d’Aragona e convolare a nuove nozze con Anna Bolena, che costarono la testa al cancelliere Thomas More e sfociarono nello scisma anglicano. Ecco la lettera con cui Michelangelo, estromesso dalla fabbrica di San Pietro alla morte di Paolo III, informa il suo amico vescovo di Cesena che «decta fabrica» è da «circa tre mesi senza provigione nessuna» e lo prega: «Per amor di santo Pietro mi consigli quello che ò a fare». Ecco gli incartamenti del processo contro Galileo Galilei. Ecco la testimonianza autografa di suor Bernadette Soubirous a Pio IX, con le parole pronunciate dalla Madonna nella sedicesima apparizione di Lourdes: «Je suis l’Immaculée Conception». Ecco il Trattato del Laterano tra la Santa Sede e l’Italia firmato nel 1929. Ecco la minuta di una lettera di Pio XI, datata 30 dicembre 1934, all’«Illustri et honorabili viro Adolpho Hitler», anziché al «dilecto filio», formula che veniva utilizzata di solito per gli statisti cristiani.
L’Archivum secretum vaticanum è un labirinto di cinque depositi che si estende per due piani nelle viscere del più piccolo Stato del mondo e per altri otto fuori terra. Da quando Paolo V lo istituì - il 31 gennaio 1612, esattamente 400 anni fa - ha continuato ad allargarsi come ha potuto e dove ha potuto in tutte le direzioni, tra il Palazzo Apostolico dove abita il Papa e i Musei vaticani, fino a raggiungere la Torre dei Venti, il punto più alto della Città del Vaticano dopo il Cupolone di San Pietro, nel cui pavimento è incastonata la meridiana che nel 1582, complice un raggio di sole a mezzodì, convinse definitivamente Gregorio XIII che nel calendario giuliano l’equinozio di primavera era in ritardo di dieci giorni rispetto a quello astronomico, donde la riforma che introdusse il calendario gregoriano. Pio XII fu costretto a utilizzare persino il sottotetto sopra la Galleria delle carte geografiche dei Musei, i cosiddetti Soffittoni. Paolo VI dovette far progettare 31.000 metri cubi di bunker nel sottosuolo del Cortile della Pigna.
Immaginate 85 chilometri lineari di scaffalature fisse o rotanti su se stesse. Non basta una giornata per percorrere tutti gli strettissimi corridoi fra l’una e l’altra: quelli con i ripiani in ferro costruiti all’epoca di Pio XI misurano 140 metri, quasi quanto il Duomo di Milano. Due sale a temperatura e umidità relativa costanti sono riservate alle pergamene, 81 delle quali con sigilli in oro zecchino, distese dentro cassettiere scorrevoli su binari. L’atto di sottomissione con cui Filippo II di Spagna nel 1555 giurò fedeltà a Paolo IV, riconoscendo al pontefice i diritti sulla Sicilia, vanta il sigillo più magnificente: 8 etti d’oro. «Ma va tenuto conto che erano in pieno corso le importazioni di metallo prezioso procurato dai conquistadores nel Nuovo Mondo e che il regno di Filippo II segnò l’apogeo della potenza spagnola in Europa», chiosa Carboni.
Il segretario generale non può dire quanti reperti siano presenti nell’Archivio segreto vaticano, per il semplice motivo che nessuno l’ha mai saputo. «Parliamo di 650 fondi diversi». Ogni fondo è un complesso di documenti con carattere di unitarietà, accumulato da un ufficio, da una famiglia o da una persona: archivi della Sede apostolica (Segreteria di Stato, congregazioni, tribunali e decine di altri organismi di curia); archivi dei Concilii; archivi di ordini e istituti religiosi; archivi di 75 rappresentanze diplomatiche della Santa Sede nel mondo; archivi di casati legati allo Stato pontificio, come i Boncompagni-Ludovisi, i Borghese, i Ruspoli, i Rospigliosi. Ne offrirà un piccolo assaggio la mostra Lux in arcana, che resterà aperta a Roma, presso i Musei Capitolini, da febbraio a settembre: 100 pezzi originali esposti per la prima volta al grande pubblico.
L’Archivio segreto vaticano fa onore al proprio nome fin dall’ingresso, nel Cortile del Belvedere: né targhe né iscrizioni. Carboni, 43 anni, romano, sposato, due figli, laureato in scienze politiche e diplomato alla Scuola vaticana di paleografia, diplomatica e archivistica, lavora qua dentro dal 1998. «Ero precario all’Isfol, l’Istituto di ricerca italiano che si occupa di formazione professionale e mercato del lavoro. Venni a conoscenza che cercavano una persona. Sostenni tre colloqui. La mia vita cambiò, senza lettere di raccomandazione o santi in paradiso», e del resto l’unico che avrebbe potuto dargli una spintarella, suo padre Marino, sindacalista che fu presidente nazionale delle Acli e poi senatore della Dc, era morto quando lui aveva appena 11 anni. Il segretario generale fu nominato da Giovanni Paolo II nel 2003, primo laico prescelto per un incarico che in precedenza non esisteva. La sua giornata di lavoro comincia alle 7.30.
Davvero non sa dirmi di quanto materiale disponete complessivamente?
«Ricercare in un archivio non è cosa semplice, non basta inserire un nome come si fa con Google in Internet. Bisogna conoscere la storia delle istituzioni che hanno prodotto le carte, delle dispersioni, delle diverse modalità di organizzazione della memoria. I documenti di epoca medievale e moderna sono tutti manoscritti, per lo più in latino, ricchi di abbreviazioni. Non è facile decifrarli. Custodiamo migliaia di buste ancora chiuse. Un collega ha appena inventariato la Curia Savelli, un tribunale minore romano: le filze originali conservavano ancora la tipica corda annodata, che caratterizza appunto il nome del pezzo archivistico da infilzare. Ciò significa che per 400 anni nessuno le aveva mai aperte. Col passare del tempo la mole cartacea s’ingigantisce: oggi abbiamo superato di dieci volte la produzione dei primi dell’800. Il pontificato di Papa Wojtyla è racchiuso in 15.000 faldoni, ognuno dei quali contiene in media un migliaio di carte: almeno 15 milioni di fogli per il solo archivio della Segreteria di Stato. E, se non ho sbagliato a contare, con Benedetto XVI siamo al 265° pontefice legittimo».
Quante persone si dedicano all’archivio papale?
«Fra archivisti, restauratori, legatori, informatici, fotografi, amministrativi, assistenti e ausiliari, in ruolo siamo 54. Tutti con l’obbligo, anche gli addetti alle pulizie, di conseguire il diploma in archivistica».
È l’archivio più grande del mondo?
«No, se confrontato con gli archivi statali di Washington, Parigi e Mosca. Ma nessun altro archivio può vantare la stessa continuità cronologica. Partiamo dal Liber Diurnus, un libro di formule della cancelleria pontificia che risale a 12 secoli fa, all’epoca di Carlo Magno. Dopodiché copriamo otto secoli ininterrotti di storia documentaria a cominciare da Innocenzo III, cioè dal 1198 in poi, e oltrepassando i confini di quello che un tempo era l’orbis christianus. Per esempio disponiamo di un salvacondotto che è il più antico documento scritto in mongolo: gli Ilkhan mongoli di Persia e la Chiesa all’epoca avevano un nemico comune, che erano i mammelucchi d’Egitto. Recentemente la Svezia ha censito circa 40.000 documenti medievali sulla propria storia: la metà di essi si trova nell’Archivio segreto. In altre parole possediamo più documenti medievali sulla storia di quel Paese che il Paese stesso. Da quando Leone XIII nel 1881 decise di rendere consultabile l’Archivio segreto, riceviamo ogni anno 1.500 richieste da parte di studiosi di circa 60 nazionalità».
Accettate chiunque?
«L’unico requisito è il possesso di un diploma di laurea e l’accreditamento da parte di un’università o di altro istituto culturale, senza alcuna distinzione di credo politico o religioso o di etnia».
Le risulta che all’Università Al Azhar del Cairo, cuore dell’Islam, facciano altrettanto?
«Non lo so. Qui non abbiamo mai respinto chi era in possesso dei titoli richiesti. E questo nonostante Dan Brown, in Angeli e demoni, faccia dire al suo investigatore che nessuno studioso americano non cattolico era stato ammesso nell’Archivio segreto vaticano prima di lui».
Se fosse pervenuta una richiesta dal romanziere, l’avrebbe accolta?
«Dubito che Brown sappia ricercare qualche documento d’archivio o sia interessato a farlo. Ho subito chiuso Angeli e demoni quando ho visto che scambiava gli archivisti per bibliotecari».
Constato che nei bunker l’aria non è rarefatta come si vuol far credere in quel polpettone: ossigeno in abbondanza.
«E 20 gradi fissi di temperatura».
Brown è sicuro che custodiate le prove che Gesù Cristo ebbe un figlio.
«Non penso che lui ci creda veramente. Fa solo il suo lavoro, che è quello di scrivere prodotti di fantasia e di venderli. Il guaio è che la gente scambia i romanzi per libri di storia».
Ma perché i complottisti ritengono che l’Archivio segreto occulti una caterva di inconfessabili enigmi?
«Quale luogo più intrigante del Vaticano, che esiste da secoli e da secoli preserva il patrimonio della cristianità? Sul Web vi sono interi blog sul cronovisore, un dispositivo immaginario che servirebbe a captare immagini e suoni provenienti dal passato, e altri sproloqui su macchine del tempo, Ufo, extraterrestri, Sacro Graal, papessa Giovanna, templari redivivi, i cui dossier sarebbero nascosti in queste stanze. Anni fa una nota trasmissione pseudoscientifica voleva riprendere alcuni ambienti dell’Archivio segreto per una puntata su Adamo ed Eva. Alla richiesta di spiegazioni sul perché avessero scelto proprio questa location, la risposta fu disarmante: “Perché fa audience”. Logicamente negammo l’autorizzazione».
Non crede che l’aggettivo «segreto» contribuisca ad alimentare l’alone esoterico? Non basterebbe chiamarlo Archivio vaticano?
«Come diceva il maestro dell’archivistica italiana, Eugenio Casanova, “rari sono in Italia e altrove, coloro i quali sappiano che cosa sia un archivio; rarissimi, coloro i quali discernano a che veramente serva”. La parola segreto in realtà è la testimonianza dell’epoca storica in cui l’archivio nacque, il Seicento, quando esso era considerato instrumentum regni, archivio del principe, da qui secretum col significato di privato, cioè Archivio privato del Papa. Il Vaticano è da sempre, nell’immaginario collettivo, il luogo che nasconde chissà quali misteri. E non da oggi. Già Jack London in un suo romanzo fantapolitico del 1908, Il tallone di ferro, narra di una confessione il cui testo venne poi nascosto nell’Archivio segreto vaticano. Cambiargli nome? Io credo che nel mondo d’oggi sia necessario più che mai continuare a insegnare che dietro ogni parola c’è un significato, che dietro ogni avvenimento ci sono delle motivazioni. A voler tutto semplificare, si finisce per analfabetizzare. Non insegnare la capacità di analisi equivale a dire che tutto ciò che non si reperisce su Internet non esiste».
Qualcuno è arrivato a ipotizzare che in queste stanze vi siano le prove dell’appoggio segreto dato dalla Santa Sede ad Adolf Hitler.
«Fantastoria. Cioè storia fatta da pseudostorici che cercano lo scoop, senza uno straccio di prova. Usano una tecnica narrativa spregiudicata: prendono un singolo documento, lo decontestualizzano, poi inseriscono un evento fantastico e subito dopo riprendono con un argomento storicamente accertato. Il lettore legge tutto di seguito ricavandone il convincimento che anche la più assurda delle leggende corrisponda a verità. Uno specialista del ramo, Eric Frattini, docente di giornalismo all’Università di Madrid, spaccia come prova del presunto aiuto che la Santa Sede avrebbe fornito al criminale nazista Adolf Eichmann per la fuga in Argentina un documento del 1950 “expedido por el Vaticano”, ma di questa spedizione non fornisce alcuna traccia. Fra le note storiche Frattini è arrivato a inserire citazioni tratte da romanzi, come se fossero fonti attendibili. Ma la bellezza dei documenti archivistici è che sono spesso conservati sia nell’archivio del mittente che in quello del destinatario, per cui quello che si crede perduto da una parte spunta dall’altra. Aveva ragione Racine: “Non ci sono segreti che il tempo non riveli”».
Quali atti suffragano l’opposizione di Papa Pacelli al nazionalsocialismo?
«Guardi, su Pio XII e il nazismo e sull’accusa di silenzio davanti allo sterminio degli ebrei mi limito a riportare l’interrogativo dello storico, prim’ancora che giornalista, Paolo Mieli, certamente non tacciabile di clericalismo: com’è possibile che sia stato spesso lodato e pubblicamente ringraziato dagli ebrei suoi contemporanei, testimoni dell’immane tragedia, e poi, di colpo, anni dopo la morte, dipinto come il Papa antiebraico complice di Hitler e della Shoah? Senza contare che il Führer considerava il Vaticano suo acerrimo nemico e progettava addirittura di occuparlo».
Come spiega il livore contro Pio XII?
«Sui diritti umani oggi per fortuna vi è una sensibilità diversa rispetto a 50 anni fa. Ma a leggere il passato con gli occhi del presente si rischia di giudicare la storia senza comprenderla, come quando gli storiografi marxisti interpretavano le vicende dell’antica Roma in base agli schemi della lotta di classe. Se non c’immedesimiamo nella mentalità dell’epoca, non capiremo mai perché Adolf Hitler vinse le elezioni, perché Benito Mussolini governò col consenso popolare per almeno un decennio, perché coloro che si ribellarono all’infamia delle leggi razziali rimasero un’esigua minoranza, perché solo una dozzina di professori universitari rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo nel 1931».
Quali sono i documenti più preziosi dell’Archivio segreto vaticano?
«Parlare di documenti più preziosi non ha senso. Per loro natura l’archivista e l’archivio sono avalutativi. Ogni documento è importante. Cesare Guasti diceva: “L’archivista non sceglie, non illustra, non confronta, inventaria tutto: i diplomi e le bolle come le più inutili carte... Serve alla storia, non si appassiona per nulla e, finito un registro, ne prende un altro”».
Si metta nei miei panni: faccio il giornalista, non l’archivista.
«Si riferisce a documenti di personaggi che non ci si aspetterebbe di trovare in un archivio ecclesiastico? Vediamo. Garibaldi che offre a Pio IX “queste braccia con qualche uso delle armi”, ma siamo nel 1847, ben prima di “O Roma o morte”. Voltaire che nel 1745 invia una lettera di elogi a Benedetto XIV, non proprio in linea col motto “Écrasez l’infâme”, schiacciate l’infame, che aveva coniato contro la Chiesa cattolica. Alessandro Manzoni che nel 1810 supplica Pio VII di autorizzarlo a leggere i libri proibiti dall’Indice. Giacomo Leopardi che nel 1825 chiede d’essere assunto nell’Amministrazione pontificia. Abramo Lincoln, presidente degli Stati Uniti, che nel 1863 si rivolge a Pio IX chiamandolo “great and good friend”, grande e buon amico. Il nunzio apostolico in Belgio che nel 1924 informa la Segreteria di Stato della “morte religiosa” di Giacomo Puccini, “affetto da un cancro alla gola”, avvenuta a Bruxelles, dove il compositore della Turandot era giunto “dietro consiglio dei medici italiani, affine di sottoporsi alla cura del radio, che viene praticata, si pretende, con qualche successo, in una clinica di questa capitale”».
Posso vedere il fascicolo del processo che condannò al rogo Giordano Bruno?
«Perduto, purtroppo. S’è salvato solo il summarium del processo, un compendio stilato nel 1598. Qui ci tocca parlare di Napoleone, che è stato la causa della maggior distruzione subita dall’Archivio segreto negli ultimi cinque secoli. Quando il Bonaparte nel 1809 arrestò Pio VII, tenendolo prigioniero fino al 1814, puntava a realizzare il sogno di un grande archivio dell’Impero e per questa ragione trasportò a Parigi anche gli archivi papali. Solo tra il 1815 e il 1817 fu possibile organizzarne il ritorno a Roma. Nell’andirivieni molta documentazione si smarrì. Abbiamo le relazioni che parlano di carri precipitati nei fiumi col loro prezioso carico. Migliaia di registri perduti per sempre».
È vero che molti vennero venduti ai negozianti parigini come carta per avvolgere il pesce e le verdure?
«Riportare l’enorme massa di documentazione a Roma aveva costi proibitivi. Allora il prefetto Marino Marini scrisse alle diverse congregazioni perché gli comunicassero quali fossero le carte importanti da trasferire in Vaticano, in modo da distruggere tutte le altre. Il Sant’Offizio gli notificò che poteva disfarsi degli atti relativi ai processi, eccetto una decina ritenuti più importanti, fra cui quello a Galileo, che infatti ritornò integro. Il prefetto fece ridurre “in minuti pezzi” sotto i suoi occhi oltre 4.000 fascicoli processuali e poi vendette i coriandoli a un fabbricante di carta parigino. Altre migliaia di documenti furono macerati nell’acqua, in modo da far scomparire ogni traccia di scrittura, e ceduti ai pizzicagnoli. Non c’era il senso storiografico di oggi. Dei processi si riteneva di dover conservare solo gli atti più recenti, nel caso fossero ancora vivi il reo e i suoi eredi».
Perché la documentazione relativa a un pontefice non è consultabile prima che siano trascorsi 75 anni dalla sua morte?
«Una norma precisa in tal senso non esiste. Diciamo che il rispetto della privacy in Vaticano vige da sempre. Se io sapessi che un mio documento, magari di natura politica, venisse letto da uno storico fra dieci o vent’anni, forse lo scriverei in maniera diversa o addirittura eviterei di scriverlo. Perciò Leone XIII nel 1881 fissò la data limite per la consultazione al Congresso di Vienna del 1815, non oltre. Ed era il Papa che insegnava: “La Chiesa non deve aver paura della verità”. Ma questo resta pur sempre l’archivio privato del Santo Padre, il quale di volta in volta decide per quali epoche va rimosso l’embargo sugli atti pontifici. A oggi la documentazione dell’Archivio segreto è consultabile fino al febbraio 1939, data della morte di Pio XI».
Appena deceduto il Papa che accade?
«Le carte relative al suo pontificato vengono protette da una grata chiusa a chiave».
Gli atti di Giovanni Paolo II quando saranno disponibili?
«Dopo che sarò andato in pensione, o forse defunto. Consideri che è ancora in corso il riordinamento dei documenti di Pio XII e che esso non finirà prima del 2015».
E se Benedetto XVI, in vista della santificazione di Karol Wojtyla, vi chiedesse d’accelerare?
«Siccome di mezzo c’è anche il non breve pontificato di Paolo VI, servirebbero almeno 30 anni di lavoro. È una corsa contro il tempo, sempre segnata da un angoscioso interrogativo: a che cosa dare la precedenza? Per digitalizzare e salvare un registro vaticano, cioè un registro di lettere papali medievali da maneggiare con cura, a un bravo fotografo servono due giorni di lavoro, il che significa due o tre registri a settimana. Se togliamo ferie, festività e malattie, in un anno arriverà nel migliore dei casi a 80-90. I registri vaticani sono oltre 2.000. Ergo, in 25 anni il fotografo avrà salvaguardato solo uno dei 650 fondi d’archivio, e neppure il più grande. Però, lo scorso autunno, tre dicasteri della Curia romana e due rappresentanze pontificie - un niente, rispetto all’esteso organigramma vaticano - hanno versato in archivio oltre 3.000 pezzi. In tre mesi hanno cioè prodotto più materiale di quello salvato e digitalizzato da un fotografo nell’arco di una vita lavorativa. Mi creda, nell’Archivio segreto vaticano ogni giorno è una sfida. Sono un uomo molto fortunato».
(577. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it