L’arma dello scandalo

Caro Belpietro,
hai notato come i giornali che si ergono nei giorni pari a paladini delle conquiste sociali e dei progressi delle donne negli ultimi cinquant’anni, scelgano nei giorni dispari le parole più retrive degli anni ’50 per definire e bollare la donna di un nemico politico? La dottoressa Shaha Ali Riza, divorziata, che ha una pubblica e discreta relazione da quattro anni con Paul Wolfowitz, presidente della Banca mondiale, ed ex viceministro della Difesa dell'amministrazione repubblicana di George W. Bush, separato da sette anni, è semplicemente e brutalmente «l'amante» per La Repubblica. Peggio, è stata messa dal potente Wolfowitz, lo stesso falco architetto della guerra in Irak, al posto che occupa nel Dipartimento di Stato con uno stipendio che equivale a centoquarantamila euro l'anno, più o meno, dunque è stata raccomandata, gratificata e promossa, solo in quanto amante.
Poco conta chi sia Shaha Ali Riza: una eminente studiosa di Medio Oriente, tunisina cresciuta in Arabia Saudita, poi in Inghilterra, studi raffinati alla London School of Economics, master a Oxford, trasferimento negli Stati Uniti per un impegno duro alla Iraq Foundation, creata da dissidenti espatriati dopo la prima Guerra del Golfo, poi membro del National Endowment for Democracy, istituito da Ronald Reagan per promuovere gli ideali americani, infine dal 1997 alla Banca Mondiale. Poco conta che questa donna araba, colta, coraggiosa, femminista, non solo non sia stata promossa, ma abbia dovuto rinunciare al posto importante che aveva raggiunto per merito, interrompere la sua brillante carriera, all'arrivo di Paul Wolfowitz alla Banca nel settembre del 2005. Per evitare qualunque polemica e l'ipotesi di un conflitto di interesse, il Consiglio di Amministrazione della Banca Mondiale, immediatamente informato dal neo presidente della relazione sentimentale, stabilì infatti tanto il trasferimento della signora al Dipartimento di Stato che l'aumento di stipendio, una sorta di compenso per un sacrificio doloroso, sicuramente eccessivo, ma richiesto dalle rigide regole dell'istituzione. La decisione non solo fu resa pubblica, ma occupò articoli di giornali americani tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006.
Perché allora oggi viene fuori lo scandalo? Perché si tenta, e forse si riuscirà, di far dimettere Wolfowitz? Si potrebbe banalmente rispondere che sono le elezioni, bellezza, che è partita già da qualche mese una campagna elettorale lunghissima, incerta, piena di personaggi che si riveleranno più folcloristici che credibili, che il Partito Democratico vuole a tutti i costi tornare al governo, anche se vorrebbe a tutti i costi evitare di andarci con una donna, e che donna. Si potrebbe sempre banalmente argomentare che Wolfowitz è sotto tiro per aver sostenuto la bontà della guerra in Irak, quando l'Irak è teatro di massacri terroristici, e che tutti gli uomini di George Bush saranno, a torto o a ragione, attaccati per distruggere l'immagine di una presidenza che, piaccia o no, si avvia a una fine naturale e non forzata, non essendo un terzo mandato previsto dalla Costituzione. Infine, come scrive il New Yorker, si può dire che a Washington l'evocazione di un conflitto di interessi danneggia quanto un conflitto vero, e che i duri conoscono le regole del gioco.
Ma non è solo questo, Paul Wolfowitz è nel mirino per la svolta straordinaria che ha risolutamente impresso alla gestione della Banca Mondiale, lo dimostrano non solo le faide scatenate dai suoi nemici all'interno della Banca, ma anche il fatto che in prima fila nell'attacco ci sia il Financial Times, che ancora una volta fa da portavoce del peggior terzomondismo culturale ed economico, che si è sentito non solo sfidato ma anche ammaccato.
Basta qualche esempio. La Banca ha negato 800 milioni di dollari a progetti sanitari in India, uno dei clienti più importanti, ma dei più corrotti, visto che i politici indiani mettono le mani abitualmente nei fondi. Ha congelato i prestiti al Ciad, il cui governo non ha mantenuto la promessa di spendere in programmi per i poveri i guadagni del petrolio. Ha pure congelato cinque prestiti al Kenya, accusato di corruzione, ma ha autorizzato il progetto per migliorare il management finanziario del Paese. La Banca ha interrotto un progetto in Argentina che doveva integrare i salari minimi, ma finiva in buona parte nelle casse del Partito Peronista al potere, in attesa che i rappresentanti locali dell'organizzazione forniscano prove serie che i metodi cambiano. Così per il Congo, dopo un'inchiesta sui conti della compagnia petrolifera di Stato e su quelli del presidente della Repubblica. Insomma, Wolfowitz, accusato all'epoca della nomina di non avere una competenza specifica, ha fatto un gran lavoro di trasformazione della Banca, combattendo la vecchia pratica del soldo dato a pioggia, delle tangenti, della corruzione. Ha viaggiato come un pazzo in cinquanta Paesi, è entrato in moschea con sprezzo dei buchi nei calzini, pungolato le banche di sviluppo regionali e gli interlocutori politici. Anche il New Yorker, la rivista più radical chic che ci sia, gli ha dedicato un articolo sterminato, dodicimila parole, scritto da John Cassidy, dopo averlo seguito in viaggio per settimane, molto più ammirato che critico, pubblicato il 9 aprile, appena prima dello scoppio dello «scandalo». Dopo un decennio di bilanci stagnanti, la spesa per lo sviluppo del mondo ricco è tornata a crescere. Scusate se non è poco.
La burocrazia non glielo ha perdonato, e ne ha boicottato come poteva le decisioni.
L'ultimo dispetto ai terzomondismi d'accatto, il presidente l'ha fatto poche settimane fa, riuscendo ad aprire la sede della Banca a Bagdad. Per vincere le resistenze ha dovuto sostituire il responsabile, Chrik Poortman, che non voleva spendere soldi nel Paese, e nominare al suo posto un'economista italiana, Daniela Gressani, che è ora vicepresidente della Banca per Medio Oriente e Africa del nord.
Stanno qui le ragioni dello scandalo ripescato e dell'amante sbattuta in prima pagina. Da vero civil servant, Paul Wolfowitz ha ammesso le sue responsabilità nelle decisioni su Shaha Ali Riza, e si atterrà alle decisioni dei suoi nemici dirigenti. Nell'attesa, si potrebbe forse consigliare all'indignato corrispondente di Repubblica da Pechino di raccontare utilmente ai lettori qualche porcheria di quella dittatura, che si avvia indegnamente ad ospitare le Olimpiadi.
Maria Giovanna Maglie