«L’ayatollah sa che l’Onda vuole colpire lui»

Conosce bene gli studenti che da mesi in Iran scendono in piazza a contestare il regime. Azar Nafisi ha insegnato all’università di Teheran e ha convissuto con la frustrazione di una generazione per la quale «andare a una festa è un gesto politico». L’autrice di Leggere Lolita a Teheran e Le cose che non ho detto (Adelphi) racconta oggi da Washington come il regime abbia paura proprio di questi giovani che mettono in questione le fondamenta di un intero sistema.
Chi sono i giovani nelle strade, che cosa rappresenta il movimento studentesco?
«Il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha detto che gli atenei, alcuni nati nel secolo scorso, sono bastioni del liberalismo. È vero, è sempre stato così. Quando insegnavo, i miei studenti più “fanatici”, venendo a lezione e leggendo libri, hanno imparato a ragionare con la propria testa. Uno mi disse: “Con il mio master in letteratura inglese non ci faccio nulla: un venditore di sigarette guadagna più di me”. I giovani iraniani non vedono futuro davanti a loro. Vogliono fare quello che i loro coetanei fanno nel resto del mondo. E combatteranno per il loro avvenire».
Cosa vogliono oggi i manifestanti?
«Gli slogan sono diretti contro i leader della Repubblica islamica, primo fra tutti Ali Khamenei. La guida suprema rappresenta le fondamenta stesse del regime iraniano. Quando metti in questione la sua autorità metti in questione l’intero sistema. Ecco perché il regime è così spaventato».
È dunque minacciata la stessa Rivoluzione islamica?
«È per questo che il regime è diventato così violento. La leadership della Rivoluzione islamica è strettamente legata al sistema. Sarebbe stato diverso se i manifestanti avessero messo in questione Ahmadinejad. Il presidente è sotto l’autorità della guida suprema. Il governo sta diventando più violento perché è in pericolo. I manifestanti stanno diventando molto espliciti. Gridano: “Moriremo ma ci riprenderemo l’Iran”».
Come stanno evolvendo le proteste?
«Quello che succede non è più legato alle elezioni di giugno. Sono molti gli aspetti della vita di cui la popolazione non è soddisfatta. All’inizio, l’obiettivo delle proteste era Ahmadinejad. Non era messo in questione l’intero sistema. Le reazioni del regime hanno fatto venire fuori tutto quello che la popolazione odia del governo».
Cosa si aspetta dai prossimi giorni?
«Ho sempre pensato che quando le richieste della società civile vanno oltre la possibilità di risposta di un regime, la situazione non può tenere. Le proteste hanno raccolto troppa energia, non possono spegnersi ora. E il governo sta perdendo sostegno. Hosain Mousavi per esempio era un membro molto importante del regime, era lui che ordinava le repressioni contro donne e studenti. E ora è definito una spia americana».
Mousavi è diventato meno visibile recentemente. C’è un distacco tra leadership delle proteste e i manifestanti?
«È Mousavi a seguire i manifestanti e non il contrario. Gli slogan più recenti non erano indicati da lui».
I manifestanti sono dunque andati oltre la loro leadership nell’opposizione al regime e nelle richieste?
«Ognuno deve fare una scelta: stare o no con la popolazione. Più il regime usa la violenza, più il Paese è instabile. Più il regime usa la violenza, più fazioni interne al sistema si uniscono ai manifestanti. E il movimento è diventato molto radicale nelle sue richieste».
Pensa che dopo questi giorni di violenze il governo possa reagire dando spazio alle domande dell’opposizione?
«Non lo hanno fatto finora. Con le loro azioni hanno radicalizzato le proteste e le posizioni della comunità internazionale. Obama era conciliante, ma loro hanno tenuto posizioni radicali. Si sono messi contro il pubblico in casa e fuori».
Che cosa prova ad assistere dall’estero ai fatti di queste ore a Teheran?
«È un momento di forti emozioni. Ho sempre creduto che la società civile iraniana fosse molto più avanzata del suo regime. Sono però triste nel vedere molte persone uccise».