L’emergenza dimenticata da San Giuliano a oggi

Oggi i tecnici della Protezione civile si incontreranno con quelli del ministero della Pubblica Istruzione. Sul tavolo, una piantina dello Stivale che individua l’ubicazione delle cento scuole a più alto rischio sismico in Italia. Un modo per andare sul sicuro. E non solo per la scelta dei plessi da mettere in regola. Ma anche per attuare in modo trasparente e veloce gli interventi. Insomma, la Protezione civile vigilerà sulla congruità dei lavori e sulla loro celerità.
Comincia da qui il lungo lavoro di sistemazione dell’edilizia scolastica italiana. Che parte ovviamente dalle emergenze. Il 75% degli edifici si trova infatti in zone ad alto rischio sismico e solo la metà delle scuole italiane può esibire un certificato di agibilità statica e di prevenzione incendi.
Ma allora, è lecito domandarsi, cosa è stato fatto in passato, dopo il 2002, anno della tragedia di San Giuliano in cui sono morti 26 bambini? Poco e niente, purtroppo. Certo, sono aumentate le porte antipanico (88%), gli impianti elettrici sono a norma in nove scuole su 10. Ma le risorse per la scuola sono sempre state briciole rispetto alle enormi necessità. Nel 2001 era stato valutato un fabbisogno di 3 miliardi di euro per rifare il «look» alle nostre scuole. Ma per la sistemazione degli edifici esisteva solo la legge Masini (del ’96) che prevedeva mutui agevolati per province e comuni sospesa poi nel 2002. Nel 2003 era stato pianificato un intervento straordinario a favore degli edifici scolastici mai attuato, mentre nel 2004 il ministro Moratti aveva dedicato 20 milioni di euro a favore della sicurezza e della formazione. Nel 2005 quei soldi sono stati tagliati del 62%. Siamo arrivati al 2007, anno in cui la Finanziaria mette a disposizione 250 milioni di euro per le scuole a condizione, però, che le Regioni garantiscano l’effettiva esecuzione delle opere. Ma quei finanziamenti, per la caduta del governo Prodi e la nomina di quello Berlusconi, sono rimasti a dormire. Soltanto ora, con la Gelmini, sono stati ripartiti.
Con questi chiari di luna gli enti locali, comuni per le scuole primarie, province per le superiori, piangono miseria e limitano gli interventi. Ma a volte i soldi ci sono e non vengono spesi. Che dire, infatti, dei fondi pregressi che giacciono nelle case della ragioneria senza che nessuno li pretenda? Da una prima stima risulta che almeno 100 milioni di euro non siano stati toccati né reclamati per sistemare gli edifici scolastici. Ora, saranno rispolverati per mettere mano a tetti e muri pieni di crepe. Accanto alle tragedie avvenute, infatti, ci sono anche quelle sfiorate. Com’era accaduto a Rimini, nella evoluta Emilia, dove in una scuola superiore era crollato un soffitto che per un miracolo non ha fatto una strage proprio durante le prove di maturità.
Se ogni regione, dunque, può vantare scuole da terzo mondo, è il Sud che fatica di più a investire nell’edilizia scolastica. Enna, Catania e Crotone sono state le città posizionate negli ultimi tre posti nella classifica di Legambiente nel suo annuale rapporto sull’edilizia scolastica. Al Sud neppure l’agibilità statica viene garantita nelle zone di alto rischio sismico. In Puglia, per esempio, solo il 13% delle scuole possono esibire il certificato, in Calabria il 14%, in Abruzzo il 30%.
C’è da sperare che con un’iniezione di fondi governativi, i Comuni per le scuole di primo grado, le province per le scuole superiori, si diano da fare. Per il Sud sono stanziati 480 milioni da investire per le infrastrutture della scuola, vale a dire palestre, laboratori di informatica, deliberate il 19 novembre scorso in una pre-riunione del Cipe. Inoltre, tutte le regioni potranno utilizzare il 5% di ogni investimento straordinario contenuto nel programma delle infrastrutture strategiche. Insomma se si parte con l’alta velocità o il Ponte sullo stretto di Messina, una parte dei fondi finirà dritto nelle tasche dell’Istruzione.