L’epopea dei «caravana» antenati laboriosi dei camalli genovesi

Una Biblioteca contemporanea di autori che stimano Lussana e le pagine genovesi del Giornale in questi anni si è costituita presso la redazione. Da far consultare ai ragazzi in formazione per far loro capire storia, politica, uomini e costume. Sorprende l'intelligenza e il sentimento dei tanti autori ed è un gran segno di civiltà. Almeno cinque di queste opere, di mia conoscenza (e con il piacere della lettura), appartengono a Giglio Reduzzi. Di Ponte San Pietro (Bergamo) vive a Genova. Per la sua esperienza di quarant'anni in Nord America porta uno sguardo ampio e personale sul mondo globalizzato. A giugno ha pubblicato con «Youcanprint.it Edizioni» La (tanto derisa) Laboriosità Bergamasca, a luglio Dal Brembo al Mississippi: due agili libri complementari.
Il primo riserva la sorpresa di ricordarci che la Compagnia dei Caravana (antico nome della Compagnia Unica del Porto) si costituì nel 1340 e solo di uomini bergamaschi. Avevano ricevuto il privilegio perché scoppiata una pestilenza a Genova solo facchini bergamaschi avevano seppellito i cadaveri abbandonati per strada. Negli Statuti della Compagnia si legge che non dovevano aver subito condanne e godevano di una Cassa Mutua da loro inventata. Anche del posto fisso ereditario, un privilegio conservato dopo l'Ottocento dai genovesi che vi erano stati ammessi e con le degenerazioni sperimentate poi dai cittadini a fine anni Cinquanta (i cortei con i ganci in via XX Settembre). La storia (v. il sito www.circololuigirum.genova.it) a Reduzzi serve per collegarsi ad un altro esempio d'operosità bergamasca: un'iniziativa analoga alla Cassa Mutua si ritrova solo nel 1887 a Calvenzano presso Treviglio nella Società Cooperativa Agricola. Il fondatore Giuseppe Facchetti è definito «un genio», perché aveva 17 anni. A 27 per insegnare pratica commerciale fondò un Collegio, anzi un College ispirato alle note scuole inglesi del tempo. Lo dotò di una squadra di calcio tra le prime italiane dopo Genoa, Pro Vercelli, Milan (www.coopcalvenzano.it/storia.php).
Reduzzi ricorda come nella bergamasca il «padrone» provvedesse da padre ai bisogni dei dipendenti. Cita lo stabilimento modello dei Crespi, industriali cotonieri (accolto dall'Unesco nella lista Beni Protetti), e con criteri analoghi il villaggio Caproni, d'industriali aeronautici. Fa risalire a questo spirito che presso i bergamaschi accreditava «i privati di poter fare prima e meglio dello Stato» il fallimento della predicazione comunista contro il paternalismo. Il suo è anche un riconoscimento del loro spirito d'intrapresa: molti gli esempi di uomini di capacità manageriale e spirito libero, tra cui - affettuoso ricordo - il nonno materno Angelo Radaelli. Ci spiega così come i bergamaschi, noti per svolgere lavori duri e pericolosi (trafori, dighe, ponti) non siano stati soppiantati dagli immigrati, ma abbiano acquisito la dirigenza in queste mansioni.
Ci trascina con il suo forte sentimento delle radici: il ricordo delle filande della seta con bachi e gelsi protagonisti, le «uccellande», ormai smantellate, per la caccia ai tordi. La polenta e osèi è ormai un dessert (un panetto con sopra figurine d'uccelli) nelle pasticcerie di Bergamo Alta ma la foto fa venir voglia d'andarci subito. Il secondo libro Dal Brembo al Mississippi appare complementare al primo per riflessioni su diversità fondamentali tra il nostro vivere e quello americano, ce ne dà esempi. Nelle pianure del Nord America si vedono a chilometri di distanza semafori di luce gialla lampeggiante per segnalare incroci. Anche se non c'è nessuno in arrivo gli americani si fermano allo stop, gli italiani mai. Esemplare l'episodio di una contravvenzione per eccesso di velocità ad un uomo d'affari spagnolo che la contesta e viene assolto dal giudice di guardia alla Centrale di Polizia perché il rilevatore di velocità era guasto. All'uscita un avvocato lo invita a chieder rimborso per il tempo perso (due ore circa). Dopo novanta minuti esce dal tribunale con un assegno di 2000 dollari che divide con l'avvocato. «Giustizia all'americana» s'intitola il capitolo, mentre «per le questioni di giustizia in Italia, come si sa, c'è sempre tempo», commenta Reduzzi che ha scritto Giustizia all'italiana sul «fumus persecutionis» contro Berlusconi.
In questo testo non vuole parlar di politica, però ricorda la precarietà del posto di lavoro in America dove la Lockeed (produttrice del Galaxy, l'aereo più grande del mondo) negli anni '60 licenziò ventimila dipendenti. «In Italia - dice - l'impiego pubblico (sempre sicuro perché lo Stato non fallisce) è meglio retribuito di quello privato, oltre che meno impegnativo». Rimarca ancora: «Da noi ad introdurre la stabilità nel mondo del lavoro pensò il Comunismo, che come sappiamo non ebbe molto successo...». E ancora su Sergio Marchionne: «Fa le stesse cose sulle due sponde dell'Atlantico, ma là è eroe, qua affamatore del popolo». Reduzzi racconta di come sia facile per una burocrazia semplificata acquistare casa in America anche su un lago o un braccio di mare, come sia semplice quanto a tempo avere la patente di guida, come la sanità americana eviti lo spreco dei medicinali, come i cimiteri americani siano esenti dal culto della personalità dei nostri. (Agatha Christie scrisse non aver visto niente più kitsch del Cimitero di Staglieno). Ci racconta di famiglia, divorzio, fedeltà e amanti. Da noi l'amante al tempo di matrimoni indissolubili era status symbol. Quando una coppia incontrò in Galleria a Milano un conoscente che esibiva «l'amica in carica», la sposa, a sua volta molto cornificata, commentò: «La nosa l'è püse bèla».
Alla fine si conviene con Reduzzi quando dice: «C'è ancora qualcuno tra voi che trova strana la mia voglia, un mese all'anno, di far l'americano?» Lo fa nella sua casetta in Canada che - orgoglioso - mostra in copertina di libro.