L’eredità dei grandi «tenebrosi» nella giovane arte spagnola

La sacralità della vita e della morte resta il grande tema degli artisti iberici

«España 1957-2007», presentata nello splendido Palazzo Sant’Elia di Palermo, ha il suo motivo di interesse non tanto nei grandi maestri spagnoli, da Picasso a Dalì, da Miró a Saura, da Chillida a Tàpies, quanto negli artisti delle generazioni più giovani, in Italia poco conosciuti e che, con qualche rara eccezione, non godono di attenzione internazionale. La rassegna, curata da Demetrio Paparoni, autore del saggio principale del catalogo Skira, parte dal 1957, anno di svolta nella Spagna franchista con i primi ministri tecnocrati, ma anche con la fondazione di gruppi d’avanguardia come El Paso e l’Equipo 57. Paparoni sottolinea che un filo comune lega l’arte spagnola di ieri e di oggi: «È il modo in cui essa afferma la sacralità dell’esistenza nella rappresentazione della morte». Una morte che è quella del Cristo in croce, dei fucilati di Goya, dei toreri, di Guernica, ma anche di un malato di Aids come il pittore Pepe Espaliù.
Quello che è stato definito il «tenebrismo ispanico», dominato dal nero, proprio negli anni ’50 e ’60 di Tàpies e di El Paso, si ritrova tutto negli artisti delle nuove generazioni, sia nelle opere astratte sia in quelle realiste, pop, concettuali e post-concettuali. Per fortuna, con la morte di Franco nel 1975, l’arte più ideologizzata, di matrice marxista, entra in crisi e gli artisti diventano più liberi. I più interessanti sono infatti attratti da altre tematiche. Dagli anni Settanta Joan Brossa, Esther Ferrer, Antoni Miralda creano opere concettuali, dominate da una concezione drammatica dell’esistenza. Ma ancora più originali sono Daniel Canogar, Miquel Barceló, Enrique Marty, Juan Muñoz, Miquel Navarro e Cristina Iglesias che rappresentano perfettamente «l’arte spagnola sempre in bilico fra realismo e idealismo, pragmatismo e utopia, razionalità e dimensione onirica, cattolicesimo e misticismo pagano...».
Canogar proietta in stanze oscure sagome umane che si muovono appena il pubblico tocca un groviglio di fili: Barceló, il pittore più geniale, dipinge l’artista nel suo studio come se fosse un’ombra; Enrique Marty cita il grande Ribera nella sua impressionante Crocefissione. Juan Muñoz congela nel tempo e nello spazio i suoi personaggi, suggestionato dalla metafisica di De Chirico. Miquel Navarro ha sicuramente presenti le vedute urbane di Sironi, mentre Cristina Iglesias immerge lo spettatore in uno spazio ancestrale.
LA MOSTRA
«España. Arte spagnola 1957.2007». Palermo, Palazzo Sant’Elia, via Maqueda 81. Fino al 14 settembre.