L’eroe del comunismo pop

Fra gli anni Sessanta e i Settanta, per chi stava a sinistra si aprivano orizzonti sconfinati nel nome di un internazionalismo forte e vincente. Dall’Africa al Sudamerica, all’Asia il mondo era una polveriera pronta a esplodere e gli Eletti della Causa, un’adesione spesso più di cuore che di dottrina, correvano a portare il loro cerino votivo. Nell’«America latina antimperialista» vedevano la prosecuzione dell’«Europa latina antifascista»: le musiche, gli inni, le canzoni di lotta e di protesta li inebriavano e, da questo punto di vista, la Francia, l’Italia, la Germania erano forse troppo didattiche, troppo acculturate, tattiche e strategie parlamentari, il bar, il comizio, la cellula e la sezione, l’Internazionale cantata più per dovere che per convinzione... E invece a Cuba, in Cile, in Venezuela, la musica era qualcosa di innato, vecchie e nuove canzoni ti facevano venire la pelle d’oca, si cantava come si pregava, con il corpo. Cercavano, quegli Eletti della Causa, una fraternità reale, in carne e ossa, una fratellanza più che un’assemblea di «cari compagni, care compagne»...
Con questo retroterra mentale, si capisce perché Cuba esercitasse il massimo dell’attrazione. Non era il comunismo reale, grigio, noioso e fallimentare d’oltrecortina, né la burocraticizzazione di una fede come in Urss, e neppure il terrificante egualitarismo maoista. Era il trionfo di un’avventura nazionalista al sole dei Tropici, di un Davide colorato, pieno di vita, sesso e fede contro i Golia delle multinazionali e dello sfruttamento... Regis Debray, che quell’attrazione subirà talmente tanto da finire a fianco del Che in Bolivia e poi da solo in carcere, si accorgerà più tardi, cadute le illusioni, di tutti i qui pro quo che non aveva visto: «Degli hidalgo travestiti da guerriglieri alla testa di un’armata di contadini scambiati per proletari. Un caudillo all’antica trasformato in leader d’avanguardia. Dei dirigenti antimperialisti impastati di cultura imperiale, tutti presi dall’american way of life, baseball, icecream, strip... che ricambiavano con l’odio un amore deluso (nessuno più americanomaniaco e, nel profondo, americanofilo di Fidel Castro). Senza dio predicanti le crociate. Figli di Bolivar trascinatisi a giurare su Marx, il quale detestava Bolivar... Puritani con il disgusto d’ogni calcolo economico immersi nei manuali di economia politica...».
Oggi Castro è un personaggio grottesco, e il Che un’icona pop. Se si è governato una nazione per più di quarant’anni e non si è re per diritto divino, siamo alla satrapia. Quanto all’altro, finire nelle canzoni di Jovanotti con Madre Teresa di Calcutta e non so più chi, dà l’idea di come la ruota del tempo giri e trasformi la tragedia in farsa. Ciò non toglie nulla ai motivi e alle ragioni di una fascinazione antica e non solo a sinistra, come già accennato, dove comunque si collocherebbe all’interno di un blocco ideologico coerente e, allora, se non vincente, certo convincente, in grado di trainare entusiasmi, alimentare illusioni. Intendo anche a destra, pur con tutte le cautele, gli aggiustamenti e i fraintendimenti del caso. Una certa destra, quella più impaziente, più radicale, più geopolitica, più vogliosa di modificare il campo delle alleanze e dei rapporti di forza. Antiamericana, naturalmente, di quell’antiamericanismo dovuto a un differente concetto di civiltà, a un rifiuto del colonialismo culturale e/o materiale, all’idea di un primato europeo perduto e da riconquistare.
In un bel libro di Franco Cardini, Scheletri nell’armadio, che raccoglie una serie di scritti giovanili della sua militanza intellettuale neofascista, il castrismo e la figura di Guevara tornano frequentemente, con rispetto. Chi scrive mise il Che in copertina su un numero della rivista Elementi, deideologizzandolo, facendone il prototipo di un certo tipo umano di avventuriero per il quale contava più la ricerca della verità che non il trionfo della dottrina. Anni dopo un ex professore marxista passato al liberalcapitalismo e che quindi aveva preso a vedere rosso se gli si toccavano gli Stati Uniti, mi accusò di filocastrismo e elaborò una teoria degli opposti estremismi che si alleano in nome del comune nemico d’oltreoceano. Avevo scritto che, lo si voglia o no, Castro aveva dato a Cuba una dignità nazionale che prima le era ignota, e che le varie amministrazioni Usa, a cominciare da quella dei Kennedy, si erano comportate in modo dissennato nei confronti dell’Avana. Sono cose che penso ancora e che nulla tolgono al regime poliziesco di Castro, anacronistico e fallimentare. Guillermo Cabrera Infante e Carlos Franqui, due fra gli oppositori storici del líder máximo, furono al suo fianco nella cacciata di Battista. Una ragione ci sarà stata e si risolveva in una sorta di riscossa patriottica, in un voler essere artefici della propria storia e non semplici comparse.