L’eroe dell’undici settembre se ne va dalla porta di servizio

Il grande assente della campagna elettorale uscirà dalla porta di servizio della Casa Bianca, ignorato e non rimpianto. Strano destino, quello di George Walker Bush, cristiano «rinato», primo presidente americano con laurea ad Harvard e master in Business Administration: un numero uno, figlio di un ex numero uno, diventerà quel signor nessuno che non è mai stato. Bush jr ha conosciuto i brividi di un’elezione al fotofinish e l’orrore degli attentati dell’11 settembre, ha avuto la forza di indire la crociata contro il terrorismo e l’orgoglio di conquistare una popolarità senza precedenti (oltre il 90 per cento quando attaccò l’Afghanistan), ha subito il tracollo di Wall Street e l’umiliazione di togliere il disturbo come il più impopolare presidente nella bicentenaria storia degli States. E perfino lo smacco di vedere il suo rivale di otto anni fa, Al Gore, premiato con il Nobel mentre lui, che vinse grazie a un giudice della Corte suprema che bocciò il riconteggio delle schede in Florida, precipitare nel consenso degli elettori.
Sarà impossibile dimenticare le immagini delle Torri gemelle in fiamme e di George W. Bush con il megafono sui detriti degli edifici sbriciolati, mentre il mondo sgomento ripeteva: «Siamo tutti americani». Il 42° successore di George Washington sarà ricordato per quattro cose: la guerra al terrorismo con i conflitti per portare la democrazia in Afghanistan e Irak; le riforme economiche a cavallo tra liberismo (taglio delle tasse) e pesante intervento statale (altissimo debito pubblico culminato nel salvataggio del sistema finanziario); i limiti alla ricerca scientifica sulle cellule staminali; l’opposizione al protocollo ambientale di Kyoto.
Al termine di otto anni tutti vissuti sulle montagne russe, l’ultimo occupante dello Studio ovale prende commiato in un silenzio triste. È convinto che la storia gli darà ragione: non ha tutti i torti. In campagna elettorale la politica estera scompare, prevale l’inquietudine per la congiuntura interna e l’operato di Bush viene schiacciato tra la crisi dei mutui, il fallimento delle banche, la crescita della disoccupazione. Eppure in Irak ora le cose non vanno male, come riconosce in un libro appena uscito anche Bob Woodward, il giornalista del Watergate, tra i più accesi critici del Presidente: il cambio di rotta politico-militare deciso alla fine del 2006 con il generale David Petraeus ha stabilizzato la situazione. Lo dimostra il recente smantellamento della base Usa di Fallujah, epicentro della resistenza nazionalista.
Certo, si combatte ancora. In sette anni di conflitti mediorientali, i soldati americani uccisi sono il doppio delle vittime delle Twin Towers. Le scelte di guerra preventiva frutto della «dottrina Bush», poco condivise in campo internazionale, hanno comportato difficoltà economiche e incrinato i rapporti con l’Europa, oggi migliorati con l’uscita di scena dei vecchi antagonisti Chirac e Schroeder. La caccia a Bin Laden è tuttora aperta e i talebani cercano di riorganizzarsi. L’uso della tortura sui prigionieri ha fatto perdere all’amministrazione Bush parte del credito internazionale conquistato con l’attacco al terrorismo.
Ma in Afghanistan ora c’è un Presidente eletto e le donne studiano e circolano senza burqa, mentre in Irak è stata fermata la violenza tra le fazioni islamiche, spenta la guerra civile, consolidata la maggioranza dei musulmani moderati, insediato un governo di coalizione con la fiducia di un Parlamento eletto. La presenza delle forze armate occidentali rappresenta un presidio ai confini di due nazioni, l’Iran e il Pakistan, che tentano la via destabilizzante dell’armamento nucleare. Anche Barack Obama, nel primo confronto con John McCain, ha riconosciuto che gli Stati Uniti non sono più vulnerabili sul proprio territorio e il Paese è più sicuro. E l’artefice di questa ritrovata sicurezza è il Presidente uscente.
Bush è stato l’autore del grande programma federale Medicare, un investimento di 500 miliardi di dollari per garantire farmaci gratis agli anziani. È stato promotore, con Ted Kennedy, del «No child left behind Act», un programma di aiuto all’istruzione pubblica e recupero scolastico. Ha raddoppiato gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo e stanziato ingenti fondi per combattere Aids e malaria. Ha concesso finanziamenti pubblici agli studi sulle cellule staminali embrionali sia pure prelevate da embrioni già esistenti, segnando un limite alla scienza senza però togliere spazio alla ricerca.
Il suo modello di «conservatorismo compassionevole» gli è valso l’epiteto di «Bush il socialista». Il taglio delle tasse deciso all’inizio del primo mandato è stata l’unica vera misura liberista, perdipiù temperata dalla scadenza nel 2011. La stessa deregulation che gli viene rinfacciata in questi mesi di crisi finanziaria, con l’ammorbidimento dei controlli sulle banche che ha generato la speculazione, è più figlia delle riforme di Bill Clinton, il quale pose fine all’era del «big government». Bush ha governato secondo le regole keynesiane: la spesa pubblica fa crescere l’economia. Il surplus di bilancio lasciato da Clinton è diventato un deficit che nel 2008 supera i 1.000 miliardi di dollari, legato alle maggiori spese per la difesa e soprattutto agli interventi a sostegno delle banche a rischio fallimento. Quello che viene dipinto come il più a destra dei presidenti americani ha deciso interventi statali nel campo economico senza precedenti negli ultimi quarant’anni.