L’euro compie cinque anni. Con un sorpasso

Almunia: la moneta unica non sia l’alibi per le difficoltà economiche europee. Salgono al 30% le riserve in euro di molti Paesi emergenti

da Milano

I nostalgici del vecchio conio, gli orfani inconsolabili della lira, si asterranno da ogni celebrazione fra tre giorni, quando l’euro compirà i cinque anni. Proprio per questo, la moneta unica ha ancora bisogno di un difensore d’ufficio come il Commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, pronto a intervenire ieri con spirito da ultras: «L’euro ci ha portato molti vantaggi, il più evidente è che esso ci ha dato un livello d’inflazione e tassi d’interesse che, per molti Paesi, non sono mai stati tanto bassi per tanto tempo. Per questo non può essere utilizzato come capro espiatorio per le difficoltà ancora incontrate dall’economia europea».
A dispetto dei molti detrattori all’interno dei confini di Eurolandia (secondo un ultimo sondaggio il 52% dei francesi considera la moneta unica «una cattiva cosa per la Francia»), l’euro sta consolidando la propria appetibilità internazionale, fino al punto da compiere un sorpasso storico nei confronti del dollaro per quanto riguarda l’ammontare dei contanti in circolazione. In base ai calcoli del Financial Times, effettuati sommando al valore nominale delle banconote i tassi di cambio del periodo, il sopravanzamento è avvenuto mercoledì scorso: l’euro ha superato gli 800 miliardi di dollari (610 miliardi di euro), contro i 795 miliardi del biglietto Usa. La cifra testimonia la crescita vertiginosa della moneta unica, se solo si pensa che all’inizio del 2001 il valore delle banconote era pari a circa 300 miliardi di euro.
La Bce non offre una spiegazione univoca al fenomeno, certamente in parte riconducibile al maggior numero di abitanti di Eurolandia (315 milioni) rispetto agli Stati Uniti, ma anche legato alla minore convenienza a mantenere la liquidità depositata in banca a causa dei ridotti rendimenti e del basso livello d’inflazione. Inoltre, gli europei sono indotti a tenere sempre a disposizione un po’ di contanti non essendo diffusi come negli Stati Uniti i metodi di pagamento elettronico; in più, molti turisti che visitano il Vecchio continente finiscono per non riconvertire nella propria moneta gli euro non spesi e alcuni Paesi che puntano a entrare in Eurolandia, come per esempio il Kosovo e il Montenegro, hanno adottato l’euro come valuta nazionale. Resta infine il caso delle banconote da 500 euro, il cui forte aumento (più 14% nell’ultimo anno) è imputabile, secondo alcuni, al largo uso che ne viene fatto dalle organizzazioni criminali.
Il crescente livello di popolarità dell’euro è però dimostrato anche dal processo di diversificazione in atto delle riserve valutarie. Attualmente, le banche centrali di molti Paesi emergenti hanno fatto salire al 30% la quota di euro nei loro forzieri, contro il 20% di cinque anni fa. E la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) ha rilevato che fra il primo e il secondo trimestre 2006 la quota in dollari degli stock di Russia e Paesi Opec è calata dal 67 al 65%; in particolare, i depositi in euro del Cartello petrolifero sono saliti di 2,8 miliardi. In ogni caso, non è corretto parlare di vera e propria fuga dal biglietto verde: dopo un picco sopra il 70% negli anni ’70, e un calo sotto il 50% negli anni ’80 a favore di marco e yen, «la moneta statunitense - scrivono gli economisti della Bri - ha riacquistato terreno negli anni Novanta, raggiungendo il massimo del 70% circa nel 2001» per poi scendere all’attuale 66%.