«L’Europa sbaglia, l’esecuzione è giusta»

Non capiscono l’Europa, una volta di più. Ieri sulla guerra in Irak, ora sull’esecuzione di Saddam Hussein. I neoconservatori americani continuano a formulare giudizi taglienti, ma con meno arroganza rispetto al passato. Tre anni e mezzo dopo la conquista di Bagdad ammettono che, forse,le ragioni non avevano del tutto ragione, come spiega in questa intervista Joshua Muravchik, ricercatore dell’American Enterprise Institute, uno dei più noti intellettuali neocon.
Come giudica l'esecuzione di Saddam?
«È un passo positivo, perché rafforza l’idea che il vecchio regime non esiste e che ora si può costruire un nuovo Irak. Tuttavia non credo che sia un evento decisivo. Altre volte in passato lo abbiamo pensato, ad esempio quando ci furono le elezioni o quando venne ucciso Zarqawi, ma poi i risultati, sebbene positivi, sono state inferiori al previsto».
Ancora una volta americani ed europei sono divisi: voi approvate la morte dell’ex raìs, noi europei siamo turbati…
«E francamente non vi capisco. Vi dite contrari alla pena di morte; ma se nel ’45 Hitler fosse stato vivo come vi sareste comportati? Le vostre premure sono eccessive anche sul rispetto della vita umana: non vi rendete conto che la scomparsa di Saddam servirà a risparmiarne molte».
Veramente in Irak sono morte decine di migliaia di civili dal 2003. Molti europei pensano che la morte di Saddam possa inasprire ulteriormente la guerra civile, non crede?
«Sì, in Irak la situazione è molto peggiore di quanto avessimo preventivato. Ritengo ancora possibile che da questa crisi possa uscire in Irak migliore, ma è possibile che noi neocon ci fossimo sbagliati».
E ora di restare o di partire?
«Ritirarsi significa lasciare un Paese nel caos, la cui violenza finirà per inseguire l’America. Non abbiamo altra scelta: dobbiamo rimanere e aumentare le truppe».
No dunque all’Irak federale proposto da James Baker?
«Il suo progetto è semplicemente stupido. Baker pensa di chiedere aiuto all’Iran ovvero a un Paese che vuole la morte dell’America. Ve la immaginate la scena della Casa Bianca che va a a Teheran e dice: scusate signori, so che volete distruggerci ma nel frattempo non potreste darci una mano in Irak? Incredibile, follia pura».
Il mondo sembra restio a dar fiducia a un’America che ha sbagliato in modo così evidente in Irak. Non pensa che la cautela sia comprensibile?
«In parte sì. Noi americani abbiamo fallito su due fronti: l’intelligence sulle armi di distruzione di massa e l’incapacità di gestire il Paese dopo l’invasione. Ma anche in passato ci sono stati grandi errori: Pearl Harbor, l’aver permesso ai sovietici di conquistare l’Europa dell’Est. L’importante è capire la lezione per non ripeterli più. Questo l’America è riuscita sempre a farlo. Il punto è che l’autocritica non può essere esaustiva finché i combattimenti sono in corso. Prima bisogna stabilizzare l’Irak, poi verrà il momento delle indagini e delle analisi».
Ma i neocon contano ancora alla Casa Bianca?
«Bush e Cheney condivisero le nostre idee dopo l’11 settembre. È vero: diversi esponenti a noi vicini, come Wolfowitz e altri, hanno lasciato l’amministrazione, ma Bush e Cheney sono ancora lì e non ci sentiamo sminuiti».
Eppure l’impressione è che la vostra era volga al termine. Litigate persino tra di voi...
«Le accuse lanciate da Richard Pearl e David Frum alla Casa Bianca mi hanno amareggiato. Hanno tentato di scaricare sul presidente le colpe per l’Irak, che invece sono anche nostre. Dobbiamo essere onesti. Certo la crisi irachena rischia di danneggiare la nostra credibilità ma non cancella quanto costruito in passato. Abbiamo avuto ragione sull’Urss, la guerra in Kuwait, la Bosnia. Io confido che uno sbaglio, sebbene di grandi dimensioni, non basti a distruggere un movimento intellettuale».
Crede ancora al sogno di un Medio Oriente democratico?
«No a quello impetuoso di un Irak democratico e motore del cambiamento, ma per il resto sì. Quel progetto non era solo nostro ma condiviso dagli europei e da molti intellettuali di quei Paesi. E gli effetti si vedono: i regimi, come quello egiziano, ora si sentono in dovere di fare qualcosa per la propria gente. La democratizzazione può proseguire, sebbene a piccoli passi».
marcello.foa@ilgiornale.it