L’Europa va avanti ma la sinistra manca all’appello

Un unico voto di maggioranza ha permesso a Nicolas Sarkozy di far approvare all’Assemblea nazionale e al Senato la riforma costituzionale, chiudendo un anno di riforme apertosi con la vittoria del maggio 2007. Un unico voto di maggioranza, come quello che nel 1875 introdusse la parola Repubblica nella Costituzione francese e pose fine alla monarchia.
Un unico voto può pesar molto in un certo contesto storico: la riforma costituzionale del 2008 non cambia la natura del regime, ma rivela profonde modifiche in atto in Francia e in tutta Europa. La sinistra socialista non s’è associata a questa riforma - che dà più poteri al Parlamento - sebbene essa sia frutto di una serie di compromessi, voluti da Sarkozy per superare l’antagonismo destra-sinistra.
I socialisti hanno rifiutato ogni «consenso», ogni grande coalizione che il dibattito costituzionale avrebbe favorito. La loro sconfitta per un voto mostra la loro incomprensione che le democrazie europee sono ormai ingovernabili se destra e sinistra si scontrano frontalmente.
Innanzitutto perché l’economia di mercato s’impone a chiunque voglia governare. Naturalmente peso della globalizzazione e direttive dell’Unione europea impongono la convergenza dei partiti di governo. E ciò si traduce in comportamenti politici. Meno le ideologie residue del XIX secolo coinvolgono gli elettori, più società di mercato e nuovi modi di comunicare agevolano comportamenti individuali, scelte «pragmatiche». Il cittadino «consuma» politica «pratica». Per esperienza sa che, nonostante le differenze fra conservatori e riformisti, ci sono esigenze indipendenti - prezzo delle materie prime ecc. - che avvicinano o rendono identiche le scelte decisive degli attori politici. Per i deficit pubblici non c’è soluzione miracolosa, «rivoluzionaria»! E i governi dell’Ue non hanno quasi mezzi per controllare le pratiche sociali dei «Paesi emergenti».
La dialettica fra individualizzazione dei comportamenti del cittadino e necessità spiega il fiasco dei partiti ideologici. In realtà ciascuno avverte che s’impone la «grande coalizione» dei partiti di governo onde risolvere in comune, pragmaticamente, i problemi del paese. In tal contesto la «destra» riformatrice, rispettosa delle libertà, pragmatica e fiduciosa nell’iniziativa individuale, è più in sintonia con la realtà che i partiti della «sinistra ideologica».
Se gli «elementi socialisti» più realisti abbandonano ormai i riferimenti ideologici - non c’è più un partito socialista, ma laburisti e democratici - ci sono ancora le competizioni elettorali per il «potere». Agli eredi della sinistra resta la scommessa sulle riforme della società, come l’adozione di figli per coppie omosessuali, basate sull’individualizzazione dei comportamenti. E ciò finisce di decomporre l’ideologia «collettivista».
Poiché la società è imperfetta per natura, sorgono focolai di ribellione: Link Partei in Germania, progetto di Nuovo partito anticapitalista in Francia eccetera. Un’estrema sinistra che indebolisce democratici, laburisti, riformisti di sinistra e rafforza la destra riformatrice.
La situazione è magmatica, incerta, perché la globalizzazione e le nuove tecnologie cambiano i dati di fatto. Le ineguaglianze aumentano? La sinistra resta impregnata di passato ideologico? Ma essa continua a illudersi su un cambiamento radicale e denuncia, con un ardore di stile «rivoluzionario», i «clan» della destra. Rifiuta la grande coalizione. E si fa battere qui e là, talora con un solo voto di maggioranza. Che in democrazia basta.
Max Gallo
traduzione di Maurizio Cabona