L’ex manager racconta: così fui protetto da Mosca

Pierangelo Maurizio

da Cossato (Biella)

È l'ultimo prigioniero della Guerra fredda. Per meglio dire: l'ultima vittima. Roberto Mariotti, 52 anni, già capo-area della Olivetti dell'Ingegner Carlo De Benedetti a Mosca, da poco più di un anno è in semilibertà. Di giorno lavora al Comune di Cossato, il paese di Ezio Greggio. La sera torna in carcere a Biella.
Il «fattaccio» risale al '90. Il 13 luglio i carabinieri a Torino arrestarono Maria Antonietta Valente, impiegata modello della Divisione estero dell'Olivetti, mentre consegnava a Victor Dmitriev, presunto funzionario del ministero del Commercio estero sovietico, un involucro. Il cosiddetto Tempest: il codice cioè che serviva a schermare i computer in uso alla Nato, per evitare che ne venissero intercettate le comunicazioni. Dmitriev e la Valente furono condannati a 4 anni (la prima ottenne gli arresti domiciliari, il secondo fu graziato dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga). La pena più dura toccò a Mariotti, 6 anni per spionaggio politico-militare. È rimasto latitante per 11 anni in Russia, protetto dai russi. Qualcuno in Italia, da subito, fece in modo che non tornasse. Ma lui nel 2001 all'improvviso si è costituito.



La trappola del Tempest
La sua è una storia di soldi, belle donne, dell'onnipresenza del Kgb, la polizia segreta sovietica, ma anche della grande ipocrisia, dei canali paralleli con cui le aziende - italiane e non - facevano affari d'oro con l'«Impero del male». Per la prima volta Roberto Mariotti la racconta al Giornale.
«Prima dobbiamo partire da un antefatto» avverte: «Nel 1989, il presidente della Repubblica Cossiga va negli Stati Uniti e Bush (senior, ndr) gli dice: "Guarda che l'Olivetti si sta occupando di cose che non vanno mica bene. Ha venduto ai russi macchine a controllo numerico per fare pezzi del superbombardiere a decollo verticale"». Il Sismi, il nostro servizio segreto militare, e la Cia per due anni rovesciano l'Olivetti ma non trovano niente. «Capirai», dice Roberto Mariotti che non ha perso il gusto della battuta, «se il bombardiere fosse stato costruito con le macchine Olivetti non sarebbe mai decollato né verticalmente né orizzontalmente».
Sarà «per evitare lo smacco» ai nostri, come lui ipotizza, sarà perché comunque bisognava darci un taglio con queste storie, o chissà perché, di lì a poco scatta la trappola. «I russi del Gut, l'organizzazione statale che faceva gli acquisti di materiale elettronico, ci chiedono il Tempest. E io, candido, chiedo in Italia 'sto Tempest alla Valente». Per averlo l'impiegata a Torino si rivolge alla Digital e in particolare a Marco Rosso - un dipendente di quest'azienda, che nel corso del processo risulterà essere un agente del Sismi - perché «la Digital forniva le macchine all'Olivetti e perché così avevano detto di fare i russi». «Ma noi non sapevamo assolutamente che era roba Nato. Figuriamoci. Per noi era solo l'occasione di fare un business parallelo, come tante altre volte».
Il «business parallelo» attraverso le società in Liechtenstein. «Tutto ciò che era "embargato", cioè senza i permessi del Cocom ( l'organismo atlantico che doveva autorizzare gli scambi commerciali con i Paesi dell'Est, ndr)», spiega Roberto Mariotti, «non passava sotto l'Olivetti ma sotto le società registrate in Liechtenstein. Guardi che all'epoca anche la calcolatrice che ha lei in tasca doveva avere il permesso Cocom». I vertici dell'Olivetti erano informati di questa storia del Tempest? «No. Era un business da 50mila dollari, non ce n'era bisogno».



Il giorno degli arresti
In ogni caso il 13 luglio del '90 viene diffusa la notizia degli arresti a Torino e qualcuno fa sì che cominci la fuga senza ritorno di Roberto Mariotti: «Qualche giorno prima, un venerdì, era successa una cosa strana: la Valente non si trova. Parto per il weekend nella dacia di Zavidovo, fuori Mosca. La sera alcuni amici mi dicono che ci sono stati degli arresti a Ivrea. Boh. Il lunedì mi telefona il mio capo: "Senta Mariotti, dovrebbe venire in Italia perché non riusciamo a imballare una casetta prefabbricata che dobbiamo spostare", mi dice…». E lei mangia la foglia? «Si capisce, sono mica un pirla. Ecco, ancora oggi mi chiedo: ma non potevano trovare una scusa meno fessa, più plausibile, farmi tornare in Italia nei giorni precedenti e arrestarmi?».
Quello stesso 13 luglio i russi lo spediscono a Blagawieshinsh, al confine con la Cina, città sotto il controllo totale del Kgb. «Per giorni ho sudato freddo: non sapevo come l'avessero presa, se mi arrivasse una fucilata… Invece si sono comportati bene, tanto di cappello».
Dopo due mesi Mariotti torna a Mosca con una nuova identità: Roberto Stepanov. Sposa infatti la sua compagna russa, una bellissima donna di undici anni più giovane, e ne prende il cognome. Cosa prevista dalla legge di quel Paese. Anche se ci sarebbe un problemino: Mariotti in Italia è già sposato (con una figlia che oggi ha 25 anni) e all'epoca solo separato. Ma questi sono dettagli.
Mariotti «Stepanov» mette in piedi una società e lavora anche per aziende e banche italiane. Gli affari vanno più che bene. «Sì, facevo una bella vita. Tutti pensavano e io stesso pensavo che sarei morto in Russia».



Il ritorno in Italia
Invece succede quello che nessuno aveva previsto. «Un sabato becco mia moglie con l'amantino, 12 anni meno di lei. Tutti i conti erano intestati a lei: io ero un latitante… ». I conti in Russia? «Ma va là. Chi è quel cretino che teneva i conti in Russia? Ce li aveva in Italia, a Montecarlo, dappertutto... Adoravo mia moglie, e adoro mio figlio Elia: è nato in Italia, il 26 luglio '96, mia moglie è venuta a partorire in Italia… Ma quel giorno l'avrei uccisa, davvero. Ho preferito andarmene».
Lunedì 22 gennaio 2001 decide di costituirsi e quando la sera telefona all'ambasciata italiana, si sente rispondere: «Non c'è più nessuno, non potrebbe richiamare domani?». Insiste: «Forse non ci siamo capiti: sono Mariotti Roberto, latitante, e voglio consegnarmi». In ambasciata resta un mese. Il problema a questo punto sono i suoi «angeli custodi», i russi: mai avrebbero concesso l'estradizione di Roberto Mariotti, cittadino dell'ex Urss a tutti gli effetti. «Sono tornato in Italia come Stepanov. Il 22 febbraio pomeriggio mi sono imbarcato sull'aereo per Torino.
In galera in Italia non ha avuto sconti. «Ho presentato la richiesta di grazia a Ciampi ma è stata respinta. Ho chiesto l'affidamento ai servizi sociali ma in un anno e mezzo non hanno ancora fissato la camera di consiglio». E, diciamo, dal '90, dalla Olivetti nessuno si è fatto vivo? «Ha presente le cesoie? Tagliato ogni rapporto. In carcere ho scritto a tutti. Anche al Roberto Colaninno: gli avevo chiesto cinque computer per il progetto dell'archivio ottico che stavo seguendo. Non mi ha nemmeno risposto». E l'Ingegnere? «Il senatore Franco Debenedetti, il fratello del Carlo, mi ha dato una mano per trovare questo lavoro».