L’homo era sapiens ma la femmina lo era molto di più

Secondo uno studio di un’antropologa americana il ruolo delle donne risalenti all’età della pietra fu determinante per l’evoluzione del linguaggio

Nino Materi

Femmina sapiens batte Homo sapiens 4 a 1: lei infatti educava i figli, cercava il cibo, cucinava e coltivava i campi; lui invece difendeva solo il territorio. E come la mettiamo con la caccia? Anche questa attività che tradizionalmente sembrava una prerogativa maschile, si scopre ora che in realtà veniva «cogestita» con la donna di casa, anzi di caverna. Non a caso la coppia di cui parliamo risale all’epoca preistorica, quando la società non era ancora né patriarcale né matriarcale ma semplicemente allo stato semi-animalesco. Un modello assimilabile a quello degli scimpanzè nel quale «la figura del padre non esiste, perché i rapporti sessuali sono promiscui». È questa la sorprendente conclusione alla quale è arrivata l’antropologa Nancy Tanner dell’Università della California che sul mensile Focus in edicola spiega i motivi della sua tesi anti-darwiniana. Uno studio che ribalta anche il primato del «braccio» di Adamo, surclassato dalla «mente» di Eva, fondamentale non solo per la gestione delle attività quotidiane ma soprattutto nella prospettiva culturale di un’elaborazione linguistica. Insomma, non fu l’«uomo-cacciatore» a far evolvere la specie, ma fu la «donna-protomanager» a mettere le basi della civiltà moderna.
Perfino lo status di soggetto «riproduttore» scricchiola. II padre? «Non c'era: la famiglia era formata da madre e figli. Furono soprattutto le madri con figli piccoli a inventare i primi utensili e l'usanza di spartire il cibo - spiega Laura Longo, paleoantropologa dell'Università di Siena -. Furono probabilmente loro a dare più impulso alla capacità di esprimersi. Senza contare che le femmine non furono del tutto estranee alla caccia».
«Il primo obiettivo delle madri era quello di badare alla crescita dei propri figli - scrive la professoressa Tanner -. Fu così che ai maschi aggressivi e individualisti, iniziarono a preferire quelli più socievoli e generosi. Se poi partecipavano attivamente alla ricerca e alla spartizione del cibo, avevano ancora più possibilità di essere scelti dalle femmine». Rappresentanti di un sesso (forse) più debole, ma (certamente) più intelligente, in grado di valutare e selezionare i possibili partner.
«La necessità di comunicare e la trasmissione culturale ai figli, fanno pensare che sia stata la femmina a iniziare l’avventura nella savana - spiegano i paleontologi -. Nel nuovo ambiente aperto il cibo era più disperso, spesso sotto forma di radici e tuberi, reperibili solo scavando. Le femmine intensificarono quindi l'uso di strumenti, mentre divennero raccoglitrici: invece di consumare il cibo con i piccoli là dove lo trovavano, impararono a trasportarlo in luoghi riparati dalla vista dei predatori».
«Per mantenere i contatti sessuali i maschi hanno dovuto adeguarsi - raccontano gli esperti -. Mentre fra i maschi i canini lunghi e robusti, usati un tempo per intimorire, passavano di moda, si fissavano mutamenti che avrebbero reso definitivi i nuovi comportamenti sessuali».
La ricercatrice americana ha studiato decine di specie di scimmie viventi, concludendo che sono in genere le femmine a determinare il tipo di struttura riproduttiva. La selezione naturale favorì le intraprendenti femmine bipedi e i loro giovani. E ciò spiegherebbe perché oggi le femmine si esprimono meglio dei maschi nei primi anni di età: merito delle loro ave ominidi.
«Non credo che vi fosse una netta divisione di ruoli fra maschi e femmine - precisa la professoressa Longo -. La cottura dei cibi e la ricerca di vegetali era anche un compito da maschi, come la ricerca collettiva di carcasse vedeva anche la partecipazione delle femmine. Ed erano cacciatori e cacciatrici insieme a spaventare gli animali spingendoli verso trappole e precipizi, come documentato a Torralba in Spagna, un sito preistorico di 300mila anni fa».
«Le cose cambiarono quando, per l'incremento della popolazione dovuto alla possibilità di produrre il cibo, si dovette passare alle colture intensive che richiesero l'uso dell'aratro, dando più valore alla forza maschile - si legge nello studio pubblicato su Focus -. E cambiarono ancora di più con l'avvento della guerra, innescata dai tentativi di impossessarsi del bestiame e delle coltivazioni altrui o dalla necessità di difendere questi beni».
Un conflitto antico sopravvissuto fino ai giorni nostri, nel nome di una modernità che oggi si chiama petrolio.