L’immenso abbraccio tra il popolo del Papa

La piazza non è mai tutta bella. Anche quando il genio la circonda su quasi tutti i lati - qui i nomi di Michelangelo e Bernini sono di casa -, anche quando il popolo la riempie con i suoi canti. Se l’aria di piazza S. Pietro potesse trattenere tutti i canti che l’hanno attraversata nei secoli, chissà che concerto, e che sconcerto.
Gloria a Dio. Ma l’azione del glorificare, qual è? Chi glorifica, e come? È una cosa da imparare di nuovo, continuamente, ogni istante ha la sua gloria.
Giungo in piazza abbastanza presto, sono passate da poco le nove. Alcuni striscioni si sono già attestati. Leggo di seguito:
«Collegio Internazionale Mater Ecclesiae»
«Università Lateranense - Con te Papa Benedetto (ci mancherebbe che la Lateranense non fosse con Papa Benedetto) - Allargare la ragione alla ricerca della verità»
«L’Agesc saluta il Papa»
Poi una più bella, molto artigianale:
«W il Papa - W l’umanità. Contro il Papa=Contro l’umanità. Vergognatevi”. Firmato: Comunità Cristiana Pakistan.
Dal paese più pericoloso del mondo un messaggio che non sembra rivolto solo ai 67 della Sapienza, ma all’Italia intera.
Dal centro della piazza, dove è sistemato ancora un presepe a grandezza naturale con i Magi nei pressi della Grotta e, al suo fianco, uno snello albero di Natale, si alzano alcuni palloncini legati tra loro, che sollevano un’immagine della Madonna. Sul più grande di questi palloncini, una scritta: «Fate quello che vi dirà».
Altri striscioni: Gioventù Ardente Mariana, Neocatecumenali. Questi ultimi si distinguono per i loro canti. Sono i canti più monotoni che abbia mai sentito, ma non mancano di un loro fascino. Il cielo è limpidissimo, il sole perfetto. Ci sono due bande che suonano la stessa canzone, con gli stessi strumenti (chitarre e tamburi, ta-tam tam tam, ta-tam tam tam) ma non all’unisono, e due distinti girotondi di persone di tutte le età che si tengono per mano cantando.
Sono capaci di continuare per ore. Sentiti da lontano, sono come una risacca di Africa, di America Latina, di tribù. I missionari sono tornati dalle loro terre lontane e ci hanno portato questi canti, che adesso sono diventati i nostri. Anche noi adesso - sembrano voler dire - siamo un po’ tribù.
Ta-tam tam tam, ta-tam tam tam.
Il mio taccuino si riempie di suoni e immagini, ma l’immagine vera è quella che deve nascere dentro. Così è per tutti i presenti, che di minuto in minuto diventano sempre più numerosi. Non possiamo cavarcela dicendo che stiamo dalla parte del Papa, in questi giorni tutti stanno dalla parte del Papa.
Poi gli salteranno addosso peggio di prima, ma adesso no, e sapete perché? Non perché non ci sia gente che la pensa come quelli là (i 67, i ragazzi del collettivo ecc.), ma perché l’attacco è andato male, allora bisogna dissociarsi.
Ma se voi leggete in obliquo gli interventi di certi intellettuali non ci vuol molto a capire che l’intolleranza è soltanto lì, che cova sotto la cenere. È difficile che un intellettuale, in Italia, non scivoli nel dogmatismo. Seminano i loro distinguo, e più distinguono più sono dogmatici. Facile dirsi laici: esserlo è molto più difficile, come sempre.
Forse per questo provo un certo fastidio per tutto questo parteggiare per il Papa. Eppure questa folla è anche così bella...
Ta-tam tam tam, ta-tam tam tam.
Entrando in basilica, guardo un ragazzino con la sua ragazzina nella calca, poco davanti a me, che si baciano sulla bocca, e la cosa mi imbarazza un po’. Proprio sotto la porta: ci fosse almeno del vischio appeso, fosse capodanno...
Maleducati, dico tra me. Poi ci ripenso. E se questo fosse il vero capodanno? L’inizio di un anno veramente nuovo? L’amarezza per il mio paese è stata, in questi giorni, enorme, le cronache sono state riempite di una vecchiezza senza limiti, l’abbrutimento della politica ci ha sospinto sull’orlo del pianto. Ma si accorgono, i laicisti, del pessimo rapporto che esiste da sempre tra lo Stato italiano e i cittadini? E che adesso ci troviamo al capolinea?
Un anno nuovo, dunque. Drammatico, talora tragico, ma che spazzi via un po’ di questa stupida disperazione chiacchierona. Un anno capace di reintrodurre il dramma nella vita. Se non avete letto il discorso inviato alla Sapienza ascoltate quello che dice subito dopo la preghiera dell’Angelus: il suo amore profondo per l’istituzione universitaria, «cui mi legano l’amore per la verità e il confronto ripettoso e franco delle reciproche posizioni».
Ma questo confronto vuole sacrificio, bisogna essere disposti a sentirsi scricchiolare le ossa.
Ta-ta, tam tam, ta-tam tam tam.
Leggo un cartello: «Cristo è la vera Sapienza».
Un altro, salernitano: «La Sapienza è di Dio».
Giro la testa e apprendo che «i lavoratori della Cisl sono con il Papa». È ufficiale, dunque. Un pezzo di cielo sanpietrino si colora del verde di tante bandiere sindacali. E un altro pezzo del blu dell’Ugl (Unione Generale del Lavoro). Ci sono gli ambulanzieri della Misericordia schierati e in divisa («ma era na cosa libbera», mi dice uno di loro).
C’è poi il cartello più surreale, che dice soltanto «Radici Cristiane». E un altro: «Movimento in Direzione Cristiana» firmato dai Giovani Cattolici Santegidiesi. Direzione?
Poi ce n’è uno davvero bello, in inglese: «You ’ll never walk alone», non camminerai mai solo. Parole di conforto vero, di solidarietà vera.
Ta-tam tam tam, ta-tam tam tam.
La piazza è bella perché il suo concerto è fatto di mille voci diverse. Puoi prendere le distanze da questa o da quella. Ma il concerto tocca ugualmente il cuore.
È un inimmaginabile abbraccio di nazionalità, etnie, costumi, mentalità diverse. Niente al mondo è, come la Chiesa, capace di unire tutte queste diversità senza omologarle. In questo abbraccio c’è posto per tutti: per i 67 firmatari della lettera contro il Papa, per i ragazzi del collettivo, per tutti. Lo so perché anch’io sono stato e sono abbracciato.
È da questo insieme che sorge la risposta più grande ai fatti dei giorni scorsi. Questa risposta non è uno slogan né uno schieramento: è la pienezza della vita, è la gioia di chi crede. Niente è più ragionevole, niente è più laico di una vita piena, di un uomo che è fino in fondo se stesso.
Un uomo così nutrirà sempre un naturale rispetto per le posizioni altrui, non imporrà mai il proprio punto di vista. E non impedirà mai a nessuno che abbia qualcosa da dire di venire a dirlo nelle sue università.
Luca Doninelli