«L’industria non è in declino: l’Italia pronta per la ripresa»

«L’economia internazionale è stata per anni come il Tour de France: vinceva chi era dopato. Come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Spagna, con l’Italia ad arrancare in fondo alla salita. Ma questa crisi, in fondo, può essere salutare: rimetterà presto la classifica a posto». Marco Fortis, docente di economia industriale dell’Università Cattolica e vicepresidente della Fondazione Edison, non si lascia spaventare dalle previsioni di crescita della Commissione Ue.
Professore, che cosa la rende fiducioso sulle capacità di ripresa del nostro Paese?
«Una premessa: con questa crisi, le previsioni sono un esercizio ai confini con l’astrologia. Detto questo, il meno 2% dell’Italia, se confrontato con l’andamento degli altri grandi Paesi europei, è solo di poco peggiore al dato francese. Inoltre, nel 2010 siamo già in recupero».
Spagna e Irlanda sembrano messe decisamente peggio, travolte da un modello di sviluppo-boomerang.
«Per anni si è magnificato il dinamismo di questi Paesi, esaltato il sorpasso spagnolo ai nostri danni, guardato all’Inghilterra come la seconda mecca della finanza dopo Wall Street. Italia lumaca, si diceva; l’Economist raffigurava lo stivale sorretto da una stampella. Adesso gli inglesi nazionalizzano le banche, e 500 miliardi ancora non bastano per salvarle».
L’Italia invece...
«... Ha due pilastri su cui poter contare. Il primo: l’alto livello di risparmio e il basso indebitamento delle famiglie. Senza risparmio, non si cresce. E per crescere, occorrono basi reali. Servono grandi innovazioni, come l’auto che ha fatto da driver per 30 anni all’economia mondiale, altro che le dotcom e le bolle immobiliari».
Creatività e capacità di innovare non ci mancano.
«Ecco, qui sta il secondo pilastro. Smettiamola con il declinismo sulla nostra industria. È vero, abbiamo poche grandi imprese. Però abbiamo 6mila aziende che portano il made in Italy in giro per il mondo. Fino a quando la domanda ha retto, i nostri prodotti li abbiamo venduti, come dimostrano i 61 miliardi di surplus commerciale a ottobre 2008, un record storico».
Eppure all’Italia viene imputata una scarsa capacità competitiva.
«Gli indicatori del Wto (l’organizzazione del commercio mondiale, ndr) raccontano un’altra storia. E si tratta di indicatori veri, basati sull’export pro capite, sui mercati, sulla diversificazione dei prodotti. Ebbene, l’Italia e la Germania strappano i due terzi delle medaglie d’oro e d’argento disponibili».
Non negherà, tuttavia, che il nostro debito pubblico ha dimensioni preoccupanti.
«È un grande problema, che in passato ha impedito di pigiare sull’acceleratore della crescita. Ma in questi anni abbiamo anche abbattuto il rapporto debito-Pil dal 130 all’attuale 105%».
Il differenziale Btp-Bund indica però un rischio-Paese.
«Lo spread si sta restringendo, e i nostri conti sono più a posto di quelli di molti altri. Standard&Poor’s e Moody’s se ne sono accorte, confermando i rating sul debito, e declassando quelli della Spagna. Ai risparmiatori dico: meglio un Bot che un’obbligazione più redditizia di una banca olandese disastrata, ma non risanata».
Come si è mosso il governo nell’emergenza?
«Le misure a sostegno dei ceti più deboli, come la social card, sono positive: compensano i rincari di carburanti e alimentari del 2008. Ora si devono potenziare la cassa integrazione e i fondi per i precari, senza trascurare i conti pubblici. E occorre vigilare sulle banche per eliminare quel restringimento del credito che stanno subendo le piccole e medie imprese».
Domani (oggi per chi legge) Obama si insedia alla Casa Bianca: ce la farà a rimettere in piedi l’America?
«Dovrà fare un miracolo: banche in crisi, auto in stato fallimentare, famiglie indebitate e pignorate. È crollata la mitologia in base alla quale la crescita Usa era generata da aziende come Google e non dai mutui subprime e dalla finanza creativa. Una crescita drogata, di cui ora paghiamo tutti le conseguenze».