L’ingorgo, un "passatempo" che costa 40 miliardi di euro

La scienza del traffico svela: romani in coda 5 ore in più dei milanesi.
Le donne provocano più incolonnamenti e gli uomini più incidenti

Nel triangolo delle Bermuda del traffico romano, fino a qualche anno fa, si aggirava un vigile urbano d’eccezione: niente divisa, un paio di grosse cuffie rincalcate sulle orecchie, «dirigeva» ad ampi gesti le auto di passaggio tra piazza Barberini e via del Tritone, seguendo la musica nella propria testa. Per tutti era solo una delle tante sagome della follia metropolitana. Ma forse no. Forse aveva capito tutto lui, il direttore d’orchestra del traffico. Perché gli ingorghi hanno una loro musica, una propria grammatica differente da nazione a nazione, sono un luogo dove tutto può succedere. E spesso succede.
L’ingorgo è un fenomeno così affascinante da finire al centro di decine di studi. Fior di ricerche, ad esempio, hanno raccontato il fenomeno del pianto in coda: basta prendere l’abitudine di guardare fuori dall’oblò della nostra auto e scrutare nel piccolo mondo privato della vettura a fianco. Chi lo ha fatto ha notato che una parte dell’umanità di fronte all’ingorgo reagisce con le lacrime. Pare che il fenomeno duri al massimo venti minuti. Poi viene sostituito dalla più comune invettiva.

La ricerca italiana non disdegna la materia. L’ultimo studio, arrivato ieri dall’Aci che ha monitorato un certo numero di automobilisti via Gps, racconta che le ore passate bloccati nel traffico ci costano 40 miliardi di euro l’anno. E se è vero che nell’ingorgo parliamo, pensiamo, fumiamo, facciamo l’amore nei casi più fortunati, si può ben dire che è il passatempo più costoso del mondo. In particolare i romani trascorrono incolonnati oltre 500 ore l’anno, pari a un costo (calcolato considerandole ore improduttive) di circa 1.300 euro e per una manciata di minuti soffiano il primato a Milano. E il record è record, ai meneghini non resta che accusare i capitolini di imboscarsi tra le lamiere apposta per non lavorare, ma è solo invidia. Di questo tempo, dice l’Aci, metà è assolutamente perso, non serve a raggiungere la meta, ma lo si trascorre fermi a insultare un semaforo o il burino che cerca di incunearsi nella coda immobile.

Il traffico è così tanto studiato che qualche mese fa un brillante scrittore ha incontrato decine di scienziati i quali si dedicano solo a questo fenomeno e che hanno raccolto il loro sapere in un compendio divenuto l’abbecedario di una nuova scienza: la Trafficologia (l’autore è Tom Vanderbilt, ed. Rizzoli, 18 euro). Il primo assioma di questa disciplina è che donne e uomini al volante approcciano il traffico con stati d’animo diversi e influenzano lo scorrere delle vetture in modo altrettanto differente: lei causa ingorghi, lui incidenti mortali. Lo giurano le statistiche. E dimostrano anche come quel cafone che zigzaga tra le corsie stracolme, che un po’ malediciamo, un po’ invidiamo, così facendo risparmia appena 4 minuti su 89. In compenso rischia di brutto: il 10% degli incidenti si verifica durante un cambiamento di corsia. Gli scienziati però, non bocciano tutti i comportamenti da zotico: «Io - dice ad esempio Vanderbilt - ho mutato radicalmente il mio stile di vita. Sono diventato uno di quelli che convergono all’ultimo istante». Per chi guida non c’è bisogno di spiegare altro, basta pensare a cosa succede quando c’è un «restringimento di carreggiata a 200 metri». In ogni caso, prima di condannare l’automobilista della domenica, sarà bene fare un esame di coscienza. Perché la trafficologia svela come ogni automobilista sopravvaluti le proprie capacità. Una ricerca ha stabilito che il nostro cervello, guidando a 50 km all’ora, riceve informazioni pari a 440 parole: come se si dovessero leggere un paio di pagine di libro ogni 60 secondi mentre si guida. Ovviamente non facciamo che ignorarne una gran parte e tirare dritto, resi sicuri di noi stessi da un’ingannevole illusione cerebrale.

Prima di scatenare la nostra furia automobilistica, dunque, ricordiamo il pronostico di Karl Benz, fondatore della Mercedes: «Il mercato dell’auto resterà limitato perché pochi riusciranno ad acquisire l’abilità necessaria per guidare». La previsione sulle vendite era sbagliata. Ma sul resto aveva ragione.