L’Inquisizione progressista contro il latino

L’antica liturgia della Messa, nella lingua che è stata della Chiesa per duemila anni, potrebbe tornare sugli altari, dopo la lunga «epurazione». Con la benedizione di papa Ratzinger...

Non c’è nulla di più intollerante - nella Chiesa - dell’inquisizione progressista. Lo conferma, per l’ennesima volta, l’anatema che dalle colonne del manifesto Adriana Zarri (teologa, o meglio giornalista cattoprogressista) ha scagliato contro Guido Ceronetti, definito «anticonciliare, di tipo lefebvriano» (lui che non è neanche cattolico). Di quale terribile colpa si sarebbe macchiato lo scrittore torinese? Semplice. In una lettera aperta al nuovo Papa, sulla Repubblica, ha chiesto «che sia tolto il sinistro bavaglio soffocatore della voce latina della messa» e sia possibile celebrarla accanto a quella in volgare «imposta da una riforma liturgica distruttiva». Ceronetti aggiungeva: «Certamente non ignorerete quanto piacque alle autorità comuniste quella riforma conciliare dei riti occidentali; non erano degli stupidi, avevano nella loro bestiale ignoranza del sacro, percepito che si era aperta una falla».
In effetti il latino era il concreto legame universale che univa i cristiani di tutto il pianeta in un’unica Chiesa guidata da Pietro e in un’unica fede che nessun potere poteva intaccare. Cancellare quella liturgia ha enormemente indebolito i cristiani. La Zarri ha irriso Ceronetti perché il progressismo cattolico italiano fu decisivo nello smantellamento della lingua della Chiesa. Ma è probabile che Benedetto XVI restauri proprio il tesoro dell’antica tradizione liturgica compreso il latino e il gregoriano (lo fa pensare anche il recente incontro del Papa con la fraternità lefebvriana). Anche se i progressisti grideranno al tradimento del Concilio.
In realtà mai il Concilio ha decretato l’improvvisa e ingiustificata messa al bando della lingua sacra con cui la Chiesa per duemila anni ha espresso il suo Credo. Anzi, la distruzione della liturgia latina contraddice proprio l’articolo 36 della Costituzione conciliare sulla liturgia. Contraddice la Lettera Apostolica Sacrificium laudis di Paolo VI, contraddice la Veterum sapientia di Giovanni XXIII («nessun innovatore ardisca scrivere contro l’uso della lingua latina nei sacri riti») e contraddice la Mediator Dei di Pio XII che riaffermava «l’obbligo incondizionato per il celebrante di usare la lingua latina». Contraddice insomma tutta la tradizione cattolica.
Ma come fu possibile allora far passare una simile «rivoluzione» contro la volontà della Chiesa? Gianni Baget Bozzo ha osservato: «Il “partito rivoluzionario”, cioè il partito intellettuale si è impadronito della gestione della liturgia... la rivoluzione moderna non nasce dal popolo, è sempre il colpo di Stato di una minoranza... la riforma liturgica fu applicata in modo autoritario e violento... Nessuna obiezione venne ascoltata. Tutto sembrava così innovatore, intelligente, comprensibile... e il risultato è che la liturgia della Chiesa postconciliare è una liturgia morente, priva del sacro, del canto, priva di bellezza, di grandezza. Quando si celebra la Messa tradizionale, si sente in essa la Chiesa vibrare. La riforma liturgica fu un colpo di mano del partito intellettuale... ed è fallita... Dio non ha benedetto questa riforma».
Sono parole drastiche. Forse troppo. Ma è impressionante leggere ciò che Joseph Ratzinger scrive nell’autobiografia (La mia vita, ed. San Paolo) dove rievoca «la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente». Commenta Ratzinger: «Rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da San Pio V nel 1570, facendo seguitro al Concilio di Trento; era quindi normale che, dopo 400 anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli... senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui però la continuità non veniva mai distrutta».
«Ora invece - continua Ratzinger - la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano essere solo tragiche... si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro».
Ed ecco una pagina clamorosa che prefigura il programma del suo pontificato: «Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita “etsi Deus non daretur”: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta».
Sarà una svolta straordinaria, innanzitutto per la Chiesa. Ma non solo. Significherà ritrovare anche «una sorgente fecondissima di civiltà» (come scrisse Paolo VI) e soprattutto di bellezza. È curioso. Il «progressismo» cattolico che ha provocato questo immenso disastro pretende sempre che si ascoltino «i segni dei tempi» (cioè l’opinione pubblica) e che si «dialoghi» con il mondo. Ma per quanto riguarda il «colpo di mano» sulla liturgia accadde esattamente il contrario. Perché tutta la migliore cultura contemporanea - cattolica o laica - si oppose a questo catastrofico azzeramento di una tradizione millenaria.
È una storia dimenticata o meglio rimossa, che è stata appena rievocata da Francesco Ricossa nel libro Cristina Campo, o l’ambiguità della Tradizione. In piena stagione sovversiva, ovvero nel 1966 e nel 1971, uscirono due manifesti in difesa della Messa tradizionale di San Pio V. E furono firmati da personalità di eccezionale rilievo. Ne cito alcuni: Jorge Luis Borges, Giorgio De Chirico, Elena Croce, W.H. Auden, i registi Bresson e Dreyer, Augusto Del Noce, Julien Green, Jacques Maritain (che pure era l’intellettuale prediletto di Paolo VI, colui a cui il Papa consegnò, alla fine del Concilio, il documento agli intellettuali), Eugenio Montale, Cristina Campo, François Mauriac, Salvatore Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia, Massimo Pallottino, Ettore Paratore, Giorgio Bassani, Mario Luzi, Guido Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e molti altri fino al famoso direttore del Times, William Rees-Mogg.
Curiosamente non se ne tenne alcun conto. Certo, è singolare vedere insorgere tanti intellettuali laici in difesa dell’antica liturgia laddove molti ecclesiastici (che pure capivano cosa stava accadendo) non ebbero il coraggio di fiatare. Con Benedetto XVI potremmo assistere al ritrovamento della grande tradizione liturgica della Chiesa. Sarà un evento straordinario. E forse sarà l’inizio della fine per il «progressismo» dentro la Chiesa. La fine dell’autodemolizione. Ritrovare le radici significa ritrovare il vigore, l’identità, la bellezza del rito e l’evidenza del Mistero in un tempo in cui gli uomini, assetati del sacro, lo trovano spesso in forme aberranti.
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