L’intellettuale di destra non si vede ma c’è

Per come la penso io i dibattiti sul ruolo degli intellettuali andrebbero proibiti per legge. E quelli sul ruolo politico degli intellettuali puniti per legge (e dunque Giordano Bruno Guerri, Piero Ostellino e Piero Melograni, tutti dentro). L'intellettuale non ha infatti una peculiare funzione all'interno di un gruppo sociale, meno che mai quella di farlo migliore. L'intellettuale ha spesso dannato l'uomo, in nessun caso però lo ha redento. Dedito alla razionale pratica del dubbio, l'intellettuale è di per sé un pessimista e i pessimisti sono poco propensi a rimirare il sol dell'avvenir. Inoltre l'intellettuale detesta il luogo comune, diffida degli ideali e nutre non pochi sospetti nei riguardi dei princìpi e dei valori (massime quelli «condivisi»). Prestarlo o addirittura regalarlo alla politica, come l'amico Giordano vorrebbe, è una mala azione. Ciò che massimamente contraddistingue un intellettuale è infatti la sua assoluta, proterva volontà di non imbrancarsi o farsi imbrancare. E la politica è branco: si fa, si dice e si vota come vuole il partito, punto e basta. Inoltre, difficilmente un intellettuale scende a compromessi con la propria coscienza e la politica è l'arte del compromesso. Per cui il vero intellettuale ne sta alla larga.
Chiedersi perché ci siano più intellettuali di sinistra che di destra è una questione mal posta. Cominciamo col dire che se esiste una cultura di sinistra è irragionevole affermare che ne esista anche una di destra. La cultura di sinistra è di sinistra perché ben delimitata, ben circoscritta. La cultura di sinistra ha dogmi, canoni, regolamenti, liste di proscrizione, tabù, tutta roba che la cultura senz'altre specificazioni rifiuta. Un intellettuale che non sia di sinistra appaga comunque la sua curiosità, pascolando, se è il caso, anche nei prati di una ideologia (in questo caso di una cultura) che non è la sua. Cosa che difficilmente accade ad un intellettuale così detto impegnato. O meglio, che sceglie la via dell'impegno, della militanza. Per antica tradizione l'intellettuale italiano cerca un Principe che lo prenda a corte. E non lo fa tanto per sbarcare il lunario (è noto che i Principi sono di manica corta), ma per avere il «riconoscimento». Su suggerimento di un noto intellettuale, Antonio Gramsci, il Pci si fece Principe - e Principe di bocca buona - attirando a sé schiere di postulanti ai quali seguita a conferire la patente di intellettuale e con quella l'ambìto «riconoscimento».
L'aver pubblicato un librino da Einaudi, la recensione positiva sull'Unità (ed oggi sulla Repubblica), una citazione su Micromega, l'intervento al convegno del circolo ulivista di Passerano Marmorito sul progressismo democratico di Lula, appagano l'intellettuale impegnato assai più di una sinecura in qualche municipalizzata. E siccome la sinistra è generosa nel concedere simili regalie (costano niente), parrebbe che pulluli di intellettuali ed anzi, che tutti gli intellettuali siano accasati lì.
Ovviamente non è così. Tanti ce ne sono di là, tanti ce ne sono di qua e probabilmente ce ne sono più di qua che di là. Ma oltre a non essere disposti a tutto pur di avere una citazione sul Domenicale o il microfono ad uno dei convegni dei Circoli della Libertà, oltre a rivendicare il diritto di critica (che l'intellettuale impegnato tende a far arrugginire) non hanno il vezzo di vestirsi e atteggiarsi da intellettuali ragion per cui passano, in tempi in cui l'immagine è tutto, inosservati.
E allora, per riprendere una preoccupazione di Giordano Bruno Guerri, cosa deve fare la destra per trar vantaggio da questo imponente patrimonio intellettuale? Escludendo, per le ragioni dette, la partecipazione alla politica attiva, Berlusconi, tanto per fare un nome, promuova ogni anno il weekend della mente. Ospitando in un grande albergo (paga lui) fornito di buon ristorante e buona cantina un tot di intellettuali. Che lascerà parlare senza imporre un tema. Così che qualcuno dal palco interverrà sulla condizione atletica dell'Inter e l'altro sulla crisi della democrazia di massa. A tavola uno si intratterrà sulla foto che ritrae Montezemolo col pipino di fuori e l'altro sulla opportunità o no di incamerare la Turchia islamica nell'Europa cristiana. All'ora del tè uno parlerà di televisione e l'altro di sistemi elettorali. Nel corso della passeggiata uno discorrerà di Leopardi e l'altro di Ammanniti, uno di bioetica e l'altro di biogenetica, uno di Giovanni Giolitti e l'altro di Rino Piscitello e via così. Alla fine del weekend Berlusconi, che avrà sempre taciuto, separato il grano dal loglio potrà contare su una dozzina di considerazioni, di opinioni, di concetti, di pensieri intelligenti sui quali riflettere e magari trasformare in azione politica. E questo, che non è poco, è tutto.
Paolo Granzotto