L’Internazionale situazionista spuntata in un bar di Cosio

Gian Maria Bavestrello

Le stradine si snodano come serpi fra le case, costruite in pietra a vista e collegate da suggestivi archivolti. È un paesino di nemmeno 300 anime Cosio d'Arroscia, profondo entroterra della provincia d'Imperia. Un borgo da ormeasco, vino gradevole e leggermente amarognolo. Un borgo che bisognerebbe mostrare di più a turisti assuefatti a coste non sempre vergini.
È possibile che una storia come quella del Maggio francese sia passata per queste contrade che si stagliano alle pendici delle Alpi marittime? Cosa lega i contadini della Valle Arroscia agli studenti parigini che sprizzarono rabbia «proletaria» contro l'accesso selettivo all'Università?
Facciamo un passo indietro lungo quaranta anni: nel 1928, per la precisione il 25 agosto, a Cosio nacque l'artista Piero Simondo, uno dei fondatori, insieme al danese Asger Yorn e Giuseppe Pinot Gallizio (conosciuti ad Albisola durante la festa di paese), del «laboratorio di esperienze immaginiste del movimento internazionale per una Bauhaus immaginista». Era il 1955 e si trattava di contestare il razionalismo dell'architetto svizzero Max Bill, reo di voler costruire un'accademia «senza pittura e senza ricerca nell'immaginazione, nella fantasia, nei segni, nei simboli».
Questo movimento, noto con la sigla Mibi, era in stretti rapporti con l'Internazionale lettrista di un certo Guy-Ernest Debord, che intendeva sviluppare il potenziale rivoluzionario del tempo libero e una nuova architettura sottratta ai fini e ai valori della classe dominante. Qualche esempio: aprire i tetti della città al passeggio mediante la creazione di passerelle; munire di interruttore i lampioni delle strade; sopprimere i cimiteri (distruggendo, senza lasciare alcun genere di tracce, i cadaveri); abolire i musei e sistemare le opere d'arte nei bar; aprire le prigioni per potervi fare soggiorni turistici chiaramente senza discriminazione tra visitatori e condannati.
Allievo del rumeno Isidore Isou - uno che di sé ebbe a scrivere: «Il ruolo di Isou nella poesia è uguale a quello di Gesù nel giudaismo» - Guy era noto per una pellicola, «Urla in favore di De Sade», completamente priva di immagini. Fu proiettata per la prima volta al cineclub del Museo dell'Uomo di Parigi, il 30 giugno 1952: per l'indignazione del pubblico il film venne interrotto dopo 20 minuti.
Cosa facevano il 28 luglio 1957 - insieme a pochi altri fra cui il filosofo belga Raoul Vaneigem e il giramondo inglese Ralph Rumney (che aveva un piano per tingere di brillanti colori la laguna di Venezia al fine di capire come avrebbe reagito la popolazione) - Galizio, Simondo, Yorn e Debord nel retro di un bar di Cosio d'Arroscia, di proprietà di alcuni parenti del Simondo? Le cronache affermano che furono solertemente impegnati per quasi una settimana ad alzare il livello del tasso alcolico. Ma vi fu di più: sulla scia dell'intuizione debordiana di creare situazioni che abolissero la separazione fra arte ed esistenza, ovvero «momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti mediante l'organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di eventi», venne alla luce - taluni sostengono nell'arco di cinque minuti complessivi di discussione - la celebre e inquieta Internazionale Situazionista.
Ciò che la rese celebre e inquieta fu lo stesso Debord: dopo un solo anno espulse Simondo, accusato di pensiero destroide, e Rumney, colpevole di non aver consegnato alla sezione francese un rapporto psico-geografico su Venezia.
Nel 1960 tocco a Gallizio. Ma fu ancora Debord, nel 1967, a scrivere il testo-chiave del situazionismo, «La società dello spettacolo», manifesto di denuncia della società capitalista giunta «ad un tale livello di accumulazione da divenire immagine», da trasformare la classe produttrice in un vasto ceto di consumatori e da modificare le forme di alienazione del proletariato. Punto d'arrivo del capitalismo avanzato era in particolare l'«autodisfacimento della città», ridotta a uno spazio informe pullulato da individui atomizzati e schiacciato da «un'organizzazione tecnica del consumo» che privava il tessuto urbano di ogni «autonomia e qualità dei luoghi». Forse quell'originale soggiorno nel nostro piccolo e caratteristico borgo ligure non fu una casualità.
In tutta evidenza Debord affrontò, tra gli altri, temi ancora oggi di grande attualità. Vero è che si trattava di anni in cui non appariva insolito terminare una «programmazione del territorio» con pensieri di tal sorta: bisogna «ricostruire integralmente il territorio secondo i bisogni del potere dei Consigli dei lavoratori, della dittatura antistatale del proletariato, del dialogo esecutorio». Queste parole, oggi, potrebbero essere vittime di un ironico détournment, uno dei capisaldi dell'«uso situazionista dell'arte»: il frammento di un testo qualsiasi che sia «espropriato», con simboliche valenze politiche e con il fine di decontestualizzarlo dalla provenienza mediante l'inserimento in un nuovo insieme di significati, assumerà un valore assolutamente originale. Un esempio di tale tecnica? Blob, il programma di Raitre. Il suo ideatore, Enrico Ghezzi, non a caso fu «allievo» - se è concesso questo termine - di Debord.
In realtà, i presupposti dell'ascesa del movimento erano maturati prima dell'uscita de «La società dello spettacolo»: nel 1966, un gruppo di studenti dell'università di Strasburgo aveva pubblicato, sotto la regia dei situazionisti, un opuscolo di denuncia sulle proprie condizioni di vita. E lo aveva fatto appropriandosi indebitamente di fondi universitari, come recitava la denuncia inoltrata dall'Università stessa. Lo scandalo aveva avuto rilievo nazionale.
Nel 1968, i situazionisti fecero parte del «Comitato d'occupazione della Sorbona», coniando slogan leggendari come «l'immaginazione al potere». Dopo «il maggio», la sezione francese dell'Internazionale fu ricoperta di richieste di adesione e, per l'avanguardia, ciò significò l'inizio della fine: Debord, dopo aver speso una vita a lottare contro la società di massa, si disse disgustato da quelli che definì «pro-situ», «seguaci ciechi ed imbecilli che si avvicinano all'Internazionale situazionista sperando di entrare a far parte di un movimento che non esiste».
Nel 1972, con uno scritto intitolato «La veritabile scissione dell'internazionale», mise fine al movimento riconoscendo, amaramente, che ormai «i situazionisti sono dappertutto e i loro scopi dovunque».
Cosio d'Arroscia e Parigi: un piccolo paese di montagna della Liguria occidentale e una delle più importanti capitali mondiali. «La scoperta della poesia moderna sulla struttura analogica dell'immagine dimostrano che fra due elementi, anche di origini lontanissime fra loro, si stabilisce sempre un rapporto». Parola di Guy Debord. Il sessantotto, di cui i situazionisti furono co-protagonisti, cambiò radicalmente il substrato morale della civiltà occidentale. Fu anche nel retro di un bar di Cosio d'Arroscia che il Mondo si predispose, nel bene e/o nel male, a non essere mai più lo stesso. Insieme alla «prima serata» di Raitre.